“Sommerso” per
antonomasia, il lavoro degli operatori subacquei lo è forse anche per quel
che riguarda la regolarità.
E’la tesi sostenuta dall’IPSEMA in occasione
del Convegno del Centro Studi CE.DI FO.P, tenutosi a Palermo il 14 aprile
scorso sul tema Disciplina delle attività subacquee ed iperbariche: le
basi per una nuova proposta legislativa.
Manos Kouvakis, Direttore del Centro, ha
introdotto i lavori parlando del vuoto legislativo che contraddistingue il
settore, anche avuto riguardo alla singolare circostanza che non una delle
varie proposte di legge presentate negli ultimi anni è stata mai varata
dal Parlamento. Anche se sembra che ora voglia farsene carico l’on.Nino Lo
Presti il quale, come autorevole esponente della Commissione Lavoro della
Camera e della Commissione di controllo degli Enti previdenziali, ricopre
ruoli significativi per fare chiarezza e riempire il vuoto legislativo su
questa tipologia di lavoro, due volte sommerso.
Già il particolare ambiente di lavoro,
caratterizzato da ben maggiori rischi che corrono gli operatori, ha visto
l’IPSEMA confermare l’obbligo del datore di lavoro di versare un premio
aggiuntivo. Ma, se si approfondisce il problema, si scoprono subito alcune
non commendevoli particolarità. Infatti a tutelare il lavoro dei subacquei
dipendenti non c’è, misteriosamente, solo l’Istituto di Previdenza del
Settore Marittimo che, appunto, si occupa di “gente di mare” ma anche
l’INAIL. Che con il mare, francamente, non ha molto a che fare. Tanto che
logica e buon senso vorrebbero che tutto il lavoro subacqueo facesse capo
esclusivamente all’IPSEMA, per la sua specificità e la sua
specializzazione.
E non solo perché guardando ai subacquei (ivi
comprendendo, come è ovvio, palombari e sommozzatori), l’INAIL assicura
appena poche centinaia di lavoratori, mentre l’IPSEMA appena poche decine.
Con un numero di infortuni che per l’INAIL è stato nel 2005 di 28 casi e
per l’IPSEMA, nello stesso anno, solo di uno, e purtroppo mortale per
asfissia meccanica. Dati che fanno ipotizzare la esistenza di lavoro
sommerso.
Un grande equivoco poi si rileva dalle
denunce che, per l’IPSEMA sono relative ai marittimi-sommozzatori
imbarcati prevalentemente sul naviglio ausiliario, ma anche sui
rimorchiatori e sulle navi da pesca costiera. Appena tre questi ultimi,
quasi a far concludere, per esempio, che i pescatori addetti alla pesca
del corallo sarebbero insolo altrettanti. Il che è semplicemente ridicolo.
E preoccupante.
Ci potrebbero essere dunque lavoratori
sommersi, nascosti nelle pieghe del lavoro autonomo e cooperativistico o
assolutamente non denunciati. Al di là di quanti, dipendenti dello Stato,
svolgono attività subacquee (nelle Capitanerie di Porto, nella Guardia di
Finanza, nei Carabinieri). Ma gli infortuni nei quali essi sono incorsi
non godono della minima prospettiva di un’opera istituzionale di
prevenzione, nonostante i maggiori pericoli che affrontano: in questa
casistica di lavoro pubblico, infatti, lo Stato si affida alla “gestione
per conto” effettuata dall’INAIL che lo sostituisce, salvi successivi
rimborsi, nella erogazione delle prestazioni: troppo poco, invero per
assolvere gli obblighi di garantire soprattutto la sicurezza del lavoro,
con la necessaria opera di prevenzione.
Al di fuori di queste categorie, ed anche in
questo caso solo per fare un esempio, è legittimo interrogarsi su un
settore nel quale operano certamente i subacquei: quello della archeologia
sommersa, se solo per il progetto Archeomar, e cioè la prima ricerca
organica e fruttuosa di reperti sommersi, disposta dal Ministero dei Beni
Culturali, sono stati impiegati qualche anno fa cento subacquei.
Oppure -sempre ad iniziativa dello stesso
Dicastero e su sollecitazione dell’IPSEMA- si è dato il via alla ricerca
subacquee, nella rada di Napoli, dei relitti della flotta borbonica che
l’Ammiraglio Nelson dispose, non responsabilmente, nel 1799 che fosse
incendiata ed affondata. Anche se in questo caso si è fatto ricorso allo
STAS (Servizio Tecnico per l’Archeologia Subacquea) guidato dal Dottor
Claudio Moccheggiani Carpano, un grande esperto della pubblica
amministrazione in materia e che ha dovuto però ricorrere all’intervento
dei Carabinieri subacquei: le Direzioni e le Soprintendenze del Ministero
non dispongono in organico, e sarebbe ora che ne avessero, di archeologi
subacquei: e da qui l’iniziativa legislativa parlamentare dell’on.Calasio
che ha opportunamente proposto che il Ministero possa dotarsene.
Del resto l’archeologia subacquea costituisce
una eccezionale risorsa identitaria del nostro patrimonio marino, capace
di sviluppare economia ed occupazione attraverso iniziative turistiche
culturali. Si pensi ad esempio, alla iniziativa del Ministro per i Beni
Culturali, on. Francesco Rutelli, di effettuare scavi archeologici
subacquei a Miseno, nel comune di Bacoli, dove avevano sede sia la grande
flotta imperiale romana che i cantieri.
Lavori che sarebbe bene si comprendesse chi
sia destinato ad eseguirli e dai quali il territorio, unico per ambiente,
reperti, storia e cultura dei Campi Flegrei, nei quali va già ricompreso
il parco archeologico sottomarino di Baia, potrebbe arricchirsi con la
scoperta degli affascinanti relitti di antichissime triremi.
Dal convegno del CE.DI FOP. -al quale hanno
dato rilevanti contributi di idee i presidenti di Enti ed Associazioni
nazionali ed internazionali del settore- potrebbero ora derivare tutti gli
elementi utili per definire i contenuti di un proposta normativa in grado
di ridurre, se non di eliminare, il lavoro irregolare che si è sinora
alimentato del vuoto legislativo. Rispondendo positivamente anche alla
tesi sostenuta nel convegno dall’IPSEMA, riguardante lo “status” del
lavoratore subacqueo che è sì iscritto allo speciale registro tenuto dalle
Capitanerie ma non sembra essere considerato, a tutti gli effetti, un
marinaio. Come se la sua attività non costituisse un aspetto specifico
di quello più generale del lavoro marittimo e non fosse il mare, per le
particolari condizioni ambientali e delle prestazioni lavorative che vi
svolgono i subacquei, a dettare le sue severe leggi a chi dunque vi opera.
Con l’obbligo per lo Stato di tenerne ben
conto. In termini di prevenzione dei maggiori rischi corsi e di
prestazioni adeguate alla necessaria tutela degli eventi qualora,
malauguratamente, dovessero verificarsi.
Antonio Parlato
Presidente dell’IPSEMA
Istituto di Previdenza Settore Marittimo
(Articolo pubblicato su Il Denaro del
28 aprile 2007)
Subacquea e OTS: Una legge
necessaria
Determinare le linee
guida per un nuovo disegno di legge sul settore della subacquea. E' stato
questo il fulcro del convegno "Disciplina delle attività subacquee ed
iperbariche: Le basi per una nuova proposta legislativa", organizzato a
Palermo dal Centro Studi C.E.DI FO.P, con il patrocinio della Provincia
Regionale di Palermo, della Regione Siciliana, dell'IPSEMA - Istituto di
prevenzione per il settore marittimo, del DETA - Dipartimento di diritto
dell'economia, dei trasporti e dell'ambiente della Facoltà di economia
dell'Università di Palermo.
L'attività degli
Operatori tecnici subaquei (Ots) continua a far riferimento ad un decreto
ministeriale del 1979. Le successive proposte di legge, in particolare negli
ultimi dieci anni, si sono fermate per mancate convergenze parlamentari, per
tempi tecnici non coincidenti con quelli delle varie legislature, e anche
per le caratteristiche delle normative presentate. Finora tutte le proposte
puntavano a regolare i tre settori della subacqua - professionale, sportivo,
ricreativo - in una unica legge (anche l’ultima del dicembre 2006 - proposta
di legge n.1394 dell’On. Bellotti). Questo orientamento si è però rivelato
infruttuoso e oggi i rappresentanti delle varie organizzazioni concordano
che invece ogni settore deve avere una specifica legge.
Il convegno, svoltosi
presso la Sala Congressi della Provincia Regionale di Palermo, con la
collaborazione degli allievi del Cedifop, ha visto susseguirsi gli
interventi di professionisti del settore, personalità istituzionali della
Provincia di Palermo e della Regione siciliana, giornalisti. I lavori sono
stati aperti da Francesco Mangiaracina, Assessore della Provincia alle
politiche di coesione territoriale e promozione delle autonomie locali, che
ha sottolineato le potenzialità del capoluogo siciliano nello sviluppo delle
attività marittime.
Palermo, il cui nome
ellenico Panormos ("tutto porto") è indicativo della natura originaria,
insieme con tutta la Sicilia si appresta ad affrontare una sfida decisiva.
L'Unione europea ha stabilito che nel 2010 il Mediterraneo diventerà area di
libero scambio. In quel momento per gli stati, le regioni, le città che si
affacciano sul Mediterraneo inizierà una nuova fase storica. Palermo e la
Sicilia hanno l'opportunità di far valere la propria centralità geografica,
purché siano in grado di offrire condizioni logistiche e servizi di alto
valore aggiunto in tutti i settori marittimi: dal turismo alla marina
mercantile alla formazione professionale.
Quest'ultimo settore,
citato insieme alla sicurezza e alla legislazione in tutti gli interventi
dei relatori, è stato subito affrontato da Achille Ferrero, presidente di
CMAS - Confèdèration Mondiale des Activitès Subacquatiques (responsabile per
la formazione di subacquei e di istruttori) che ne ha tracciato
l'evoluzione, ricordando anche Luigi Ferraro (Quarto dei Mille, 1914 -
Genova, 2006), incursore della Regia Marina durante la Seconda guerra
mondiale, medaglia d'Oro al Valor Militare, che nel Secondo dopoguerra si
impegnò nella promozione dei principi e delle tecniche di immersione nella
subacquea civile, di cui è componente essenziale la sicurezza.
E' stato questo un
tema che Antonio Parlato, presidente di Ipsema, ha sviluppato all'interno
della questione sull'assicurazione per chi svolge attività subacquea. La
necessità di maggiori controlli è direttamente proporzionale sia alle tutele
per gli operatori, sia alla sicurezza nello svolgimento della professione,
sia alle opportunità di lavoro.
Certezza e chiarezza
della legge è il punto qualificante del settore nei paesi anglosassoni e del
Nord Europa, ha ricordato Giulio Melegari, presidente IDSA - International
Diving Schools Association (fondata nel 1982 per la ideazione di parametri
professionali validi a livello internazionale), portando ad esempio i testi
in materia che fissano parametri ineludibili per operatori e imprenditori
nella subacquea professionale. Oltre alla necessità della legislazione,
componente rilevante è anche l'autodisciplina individuale, che deriva dalla
esperienza.
Il principio della
chiarezza della norma vale anche in ambito sportivo e ricreativo;
quest'ultimo a volte fatto rientrare in quello sportivo. Gaetano Occhiuzzi,
presidente Adisub e vicepresidente RSTC Europe (fondata nel 1994 per
eleborare norme standard in ambito di sicurezza del settore ricreativo), ha
precisato che si tratta di settori differenti, poiché quello sportivo è da
intendersi in senso agonistico. Differente la finalità di quello ricreativo,
che negli ultimi anni è cresciuto a seguito dell'interesse turistico verso
l'archeologia subacquea.
Precisazione che ha
effetto anche sull'oggetto principale: la legislazione. Oggi - ha ricordato
Occhiuzzi - in mancanza di specifiche norme nazionali, nell'ambito della
subacquea ricreativa vi sono regolamenti che variano da regione a regione,
da cui la necessità per le organizzazioni di rappresentanza di cercare
equilibri e interpretazioni convergenti.
Sebastiano Tusa,
Soprintendente del Mare della Regione siciliana, nel corso del suo
intervento sulla subacquea scientifica, ha evidenziato che questo settore si
prevede crescerà nei prossimi anni a seguito delle nuove linee guida sulla
tutela del patrimonio archeologico rinvenuto nei fondali marini. Invece di
portare nei musei gli oggetti, si costruiranno infrastrutture museali
sottomarine. E' una delle prossime sfide per l'archeologia subacquea,
settore in cui la Sovrintendenza siciliana, avendo conseguito risultati
notevoli in ambito organizzativo e progettuale, può considerarsi
all'avanguardia a livello nazionale.
Nella seconda parte
del convegno, interventi di Giorgio Anzil (DFP-Diver Fidelity Project -
Italia e della rivista Deep), Eliana Mini per la rivista Subaqva e di
Vincenzo Natalè, docente del Cedifop che ha parlato della formazione
professionale degli Ots. Dagli interventi è emersa la necessità che tra
formazione professionale e lavoro vi siano più automatismi nel
riconoscimento delle qualifiche.
Il convegno si è
protratto fino al primo pomeriggio, con altri interventi da parte dei
relatori e da parte del pubblico, che ha partecipato in modo propositivo ai
lavori. Alle conclusioni è apparso chiaro che le personalità presenti
concordano sulla necessità che il mondo della subacquea necessita di un
quadro normativo articolato nei vari ambiti: ogni settore - professionale,
sportivo, ricreativo - dovrebbe avere una propria legislazione.
La preparazione degli operatori, degli imprenditori, dei dirigenti, è già
ora fonte di prestigio per l'Italia. Una legislazione chiara e specifica per
i vari settori della subacquea consentirebbe di trovare più spazio in ambito
internazionale, a beneficio dell'intero sistema produttivo e formativo
italiano.
di Ninni Radicini
Una legge per le attività subacquee
Tante anime che si fondono in
un’unica voce per chiedere una legge che identifichi e tuteli la categoria
degli operatori subacquei. Il 14 aprile il Cedifop, il centro studi
diretto da Manos Kouvakis, ha organizzato a Palermo il convegno
“Disciplina delle attività subacquee ed iperbariche - le basi per una
nuova proposta legislativa”.
L’incontro, che si è svolto
presso il Centro direzionale della Provincia, ha riunito, tra gli altri,
molti rappresentanti delle tante categorie che coesistono all’interno
dell’affascinante ma complesso mondo delle immersioni subacquee. Sportivi,
Ots, palombari, guide, archeologi marini. Uomini e donne che amano il
mare, che nelle profondità svolgono ruoli e mansioni diverse. C’è chi ci
lavora e così si guadagna da vivere, chi semplicemente si tuffa sott’acqua
per diletto. Tutti quanti, però, sono concordi su un punto, che li unisce
e li mette d’accordo. In Italia esiste un vuoto legislativo, non c’è una
chiara disciplina professionale che dica chi sono gli operatori subacquei
e iperbarici e che poi li tuteli, per esempio, in caso di infortuni sul
lavoro. Questo vuoto va colmato al più presto, secondo loro.
Da qui il convegno. Un primo,
importante passo per stilare la base di un disegno di legge nel settore,
un documento rispondente alle esigenze delle diverse categorie di
lavoratori subacquei. Per capire l’anarchia che regna nel settore, basti
pensare che attualmente essi fanno riferimento a un decreto ministeriale,
che risale al 13 gennaio 1979 su “Istituzione della categoria dei
sommozzatori in servizio locale”, con cui nasceva un apposito registro
tenuto dalle Capitanerie di porto. Poi basta. A parte un’integrazione del
1981 (che allargava ai cittadini europei e non più solo a quelli italiani
la possibilità di iscriversi al registro), tutto è rimasto immutato,
mentre nel resto del mondo i legislatori mettevano ordine al settore con
provvedimenti e leggi.
Qualcosa, in realtà, i nostri
politici hanno provato a farla. Negli ultimi dieci anni, a partire dal
1997, quattro proposte di legge sono state formulate, ma nessuna ha mai
completato l’iter parlamentare e quindi è stata mai approvate. Ma anche
questi disegni di legge sembrano insufficienti e inadeguati. L’ultimo in
ordine di tempo, il testo unificato della C. 1219 Arrighi e C. 1698 L.
Martini del 2005, che in alcune delle sue parti introduceva una grande
confusione fra subacquea sportivo-turistica-ricreativa e subacquea
professionale lavorativa, soprattutto per quanto concerneva le qualifiche
e gli attestati di qualificazione professionale: “Noi riteniamo le
attività subacquee turistico-ricreative totalmente separate dalle attività
connesse ai ‘lavori’ subacquei - ha detto Gaetano Occhiuzzi, presidente
dell’Adisub - I due settori si rivolgono ad un mercato completamente
diverso”.
Il vuoto normativo crea una
sorta di zona d’ombra in cui si insinuano facilmente fenomeni come quello
del lavoro nero. A lamentare ciò non solo i sommozzatori, ma anche Antonio
Parlato, presidente dell’Ipsema, che ha espresso tutta la sua
preoccupazione: “I dati in nostro possesso - ha spiegato - indicano che
troppo spesso chi lavora nelle profondità marine lo fa senza tutela a
causa della discontinuità e disorganicità dell’attuale legislazione.
Servono norme chiare”. Dello stesso avviso l’ammiraglio Ferdinando
Lavaggi, comandante della Capitaneria di porto di Palermo, che ha ammesso
le difficoltà operative che ogni giorno incontra: “Servono dei paletti,
delle regole certe che ci permettano di concedere con più facilità, ma
anche con più rigore, i permessi per le immersioni. Ma servirebbero anche
per agevolare i controlli che facciamo per attestare eventuali
irregolarità. Apprezzamento al convegno ha espresso l’assessore
provinciale per le Politiche di coesione ed autonomie locali, Francesco
Mangiaracina, che auspica “un maggior interessamento delle istituzioni a
questo tema, vitale per la tutela dei lavoratori”.
di Salvatore D'Anna
Avvisatore Marittimo della Sicilia
del 15/04/2007