home  Su  appunti di meteorologia appunti di oceanografia 
MDD - aspetti farmacologici  i pesci  casi midollari refrattati di MDD 
Il vulcano dimenticato  la patente nautica  ossigeno iperbarico  osteitti 
pesci dei mari d'Italia  MDD ed EGA  specie protette  sincope da apnea prolungata
  storia dell'immersione  uso dell'ossigeno normobarico 
Gli impianti iperbarici industriali per basso e alto fondale

GLI IMPIANTI IPERBARICI INDUSTRIALI PER BASSO E ALTO FONDALE
04-01-15

©  CEDIFOP 2004 tutti i diritti riservati

 



GLI IMPIANTI IPERBARICI INDUSTRIALI
PER BASSO E ALTO FONDALE

 Aspetti storici, tecnologici, tecnici e applicativi degli impianti per immersione profonda e saturazione

Giulio E. MELEGARI MAZZONI


SOMMARIO

Gli impianti per immersione con tecniche di alto fondale costituiscono da oltre un trentennio il supporto tecnologico strutturale e operativo per gli interventi iperbarici in saturazione che a loro volta hanno rappresentato e rappresentano ancora il più efficace e insostituibile metodo di intervento lavorativo umano in acque profonde. Questi impianti rappresentano, dal punto di vista concettuale e tecnologico, il risultato di una evoluzione progressiva nata con le prime campane di immersione e sviluppatasi con una crescita di tipo esponenziale fino a generare i simulatori di immersione profonda (wet & dry experimental units) per addestramento e ricerca sperimentale e gli impianti di saturazione a due campane e doppio livello (dual SDC / multilevel saturation systems) che nell’ultimo ventennio hanno determinato e caratterizzato il progresso dell’intervento iperbarico nei cantieri di costruzione e montaggio per l’industria estrattiva degli idrocarburi in altura. Il raggiungimento di crescenti profondità, la costituzione di piattaforme di vita e di intervento iperbarico sempre più affidabili, efficaci, confortevoli e sicure, la ricerca di sempre più approfondite e solide conoscenze e competenze di fisiopatologia dell’immersione, la stesura e la promulgazione di un corpus juris capace di garantire ordinamento, sicurezza e professionalità nel lavoro subacqueo sono stati i binari di sviluppo di questa crescita tesa a soddisfare le esigenze della nascente industria energetica del XX secolo. Poichè sono le esigenze dell’industria a determinare in chiave economica le risposte e le realizzazioni che la stessa industria mette in campo per soddisfare le proprie necessità esecutive e applicative, è sulla base di queste esigenze e del loro evolversi nel tempo che si devono identificare e inquadrare tappe, fasi e capitoli nel progresso dell’intervento subacqueo iperbarico e dei sistemi e metodi di cui questo si avvale.



ABBREVIAZIONI ED ACRONIMI

AF Alto Fondale ( 50 m.)
BF Basso Fondale ( 50 m.)
CMAS Confederazione Mondiale delle Attività Subacquee
DCP Decompressione
DDC Deck Decompression Chamber
DSV Diving Support Vessel
ECU Environmental Control Unit
IUC International Underwater Contractors (USA)
LARS Launch And Recovery System
LS Life Support
LSS Life Support Sistem
OTS Operatore Tecnico Subacqueo
PTC Personnel Transfer Capsule
SDC Submersible Decompression Chamber
SMZ Sommozzatore
SNPAC Sindrome NeuroPsichica da Aria Compressa
US United States
USS United States Ship (Submarine)
 


STORIA E PROGRESSO

L’immersione iperbarica è andata profondamente evolvendosi, filosoficamente e tecnologicamente, nel suo transito dagli albori dell’intervento lavorativo con le prime rudimentali campane rinascimentali alla intensa attività per la industria degli idrocarburi nei giorni correnti. In questo progresso si possono ravvisare sei distinti periodi evolutivi di diversa durata e di diversa impronta, caratterizzati da una propria specifica fase tecnologica, tecnica e filosofica.

- (Dagli albori al 1830) I rudimenti della immersione in apnea e la utilizzazione delle campane per brevi interventi a piccola profondità.
- (1830 – 1940) La vera nascita dell’iperbarismo e la comparsa delle figure del palombaro e del cassonista, il sorgere della fisiopatologia subacquea, il fulgido scorrere della epopea dello scafandro elastico sui relitti di ogni tipo
- (1940 – 1965) Gli anni della guerra e dell’immediato dopoguerra con la diffusione dell’autorespiratore autonomo e della intensa attività sperimentale per la vita e il lavoro sul fondo del mare in una corsa verso le grandi profondità.
- (1965 – 1975) La comparsa dei primi sistemi di saturazione a bordo dei pontoni da lavoro, delle piattaforme di perforazione, dei mezzi navali di circostanza.
- (1975 – 1990) La diffusione delle navi appoggio per i lavori subacquei e dei grossi impianti di saturazione per lavoro in mare a grande profondità e per immersione sperimentale (wet & dry hyperbaric centres).
- (1990 – 2000) Periodo di affinamento e di calibrazione, accompagnato dal confronto, talora su basi di competitività, talora su piani di complementarità, tra la robotica e l’iperbarismo, con la inevitabile contrazione di quest’ultimo e la sua restrizione alle fasce batimetriche meno avanzate. Quest’ultimo decennio ha sancito la moderna struttura e la fisionomia degli impianti di immersione e le filosofie e gli schemi di intervento iperbarico che oggi sono seguiti e applicati nella loro realtà industriale e legislativa.
 


BASSO E ALTO FONDALE
La distinzione fra basso e alto fondale è divenuta di fondamentale importanza tanto nel definire due settori batimetrici di intervento subacqueo quanto, soprattutto, per differenziare metodi, tecniche e attrezzature di intervento e conseguentemente tutte le implicazioni di sicurezza , capacità operativa , oneri organizzativi che vi si accompagnano. La distinzione tra i due domini è un fatto recente in termini di precisa demarcazione batimetrica ed è il risultato di esigenze diverse che nascono dalle necessità operative, dalla fisiopatologia subacquea, da vincoli di sicurezza degli operatori, da filosofie di lavoro e di intervento subacquei . Le rispettive definizioni di basso e alto fondale sono nate come elemento descrittivo colloquiale usato già dai palombari a scafandro elastico per indicare profondità di intervento e di lavoro più o meno grandi senza che venisse assegnato un preciso limite batimetrico. La continua e progressiva ricerca di profondità sempre maggiori nelle immersioni con scafandro elastico e il raggiungimento di una crescente capacità lavorativa ed esecutiva in immersione profonda superando i vincoli e le difficoltà imposti dai limiti tecnologici dell'epoca e dalle restrizioni fisiopatologiche ancora non completamente note, spostarono gradualmente verso acque più profonde il limite e il concetto di alto fondale . Già nel 1914 palombari della scuola sperimentale della marina degli Stati Uniti sotto la guida del responsabile George Stillson si immersero ripetutamente a profondità prossime alla quota di 90 metri e nell'anno seguente quando il sottomarino USS F4 affondò in oltre 90 metri (304 piedi) vicino ad Honolulu alcuni di questi palombari tra i quali Frank Crilley si immersero fino a raggiungerne lo scafo usando i convenzionali scafandri elastici ad aria compressa e utilizzando per la decompressione le nuove tabelle di decompressione destinate a costituire la base delle storicamente famose tabelle US Navy . In quell'epoca, nella quale raramente i palombari a scafandro elastico spingevano i loro interventi a profondità superiori a trenta o quaranta metri, l'intervento di Honolulu stabilì un vero e proprio primato di immersione e lasciò percepire la possibilità di spingere la capacità dell'operatore iperbarico verso fondali veramente alti. Seguirono altre conquiste di maggiori profondità nel primo dopoguerra e la introduzione dell'elio come gas inerte nella composizione di miscele respiratorie sintetiche permise a Max E. Nohl di raggiungere nel 1937 la profondità di 128 metri (420 piedi) nel lago Michigan (USA) equivalente a 125 metri (410 piedi) in acqua di mare. Seguirono la sfortunata esperienza di Arne Zetterstroem che, respirando una miscela sintetica con idrogeno, raggiunse nel 1945 la profondità di 161 metri (528 piedi) e il primato di William Bollard che nel 1948 raggiunse la profondità di 164 metri (540 piedi) con miscela elio/ossigeno immergendosi dalla nave appoggio "Reclaim" della Royal Navy . Numerosi altri esperimenti con miscele sintetiche a base di elio e il raggiungimento di profondità sempre maggiori confermarono e convalidarono il concetto di alto fondale come dominio iperbarico oltre i limiti batimetrici raggiungibili respirando aria compressa. L'avvento degli autorespiratori autonomi ad aria compressa nel secondo dopoguerra riaccese l'interesse per il basso fondale riscoperto questa volta in chiave di esplorazione scientifica e di attività sportiva. Naturalmente la disponibilità di sistemi di respirazione, ben più maneggevoli e disponibili di quanto non fossero le ingombranti e complesse attrezzature da palombaro, diffuse e promosse il desiderio di cercare e stabilire limiti più profondi per l'impiego di queste nuove attrezzature di respirazione autonoma. Naturalmente la diversa realtà operativa di sommozzatore in assetto leggero e di palombaro in assetto pesante rendeva diverse, sia pure solo in termini marginali, le implicazioni fisiopatologiche della respirazione di aria compressa e consentiva comunque all'operatore con autorespiratore autonomo di raggiungere profondità maggiori in tempi molto minori rispetto al palombaro acquisendo così spesso la illusoria convinzione di essere immune o almeno parzialmente esente dalla sindrome neuropsichica da aria compressa (SNPAC) e dai disturbi ad essa associati che avevano perseguitato il palombaro nella romantica forma della ebbrezza di profondità . Gli inevitabili incidenti e le inevitabili ricerche di stabilire primati che portarono Eduardo Admetlla a 100 metri nel 1957 , Hope Root a 122 metri nel 1958 , Ennio Falco , Alberto Novelli e Cesare Olgjai a 131 metri nel 1959, portarono anche la CMAS nel 1960 (Barcellona) a stabilire di non riconoscere i primati di profondità con autorespiratore ad aria e a fissare i limiti di profondità di 40 metri per tutti i brevettati svolgenti attività sportiva, 60 metri per piccoli lavori e interventi leggeri, 90 metri per sola osservazione . Si trattava chiaramente di limiti di profondità emessi e stabiliti da una organizzazione internazionale che non aveva giurisdizione in termini legislativi e giuridici sugli operatori subacquei professionisti ma che in ogni caso mostrava di avere considerato e percepito la necessità di vincolare con limiti di qualche tipo la profondità massima accessibile con autorespiratori ad aria compressa. Il supporto dato dalla fisiopatologia iperbarica in questo senso è stato determinante con la effettuazione di numerosi esperimenti sulla sindrome neuropsichica da aria compressa e la definizione delle profondità critiche alle quali le capacità dell'operatore risultano ridotte e menomate. Già nel 1861 J.B.Green aveva segnalato la presenza di disturbi mentali nelle immersioni a 48 metri e nel 1903 L.Hill e J.J.McLeod avevano osservato simili sintomi nei cassonisti a 45 metri. Nel 1939 A.R.Behnke e O.D.Yarbrough rilevarono che i segni di narcosi scomparivano se si sostituiva l'elio all'azoto dell'aria , ma peggioravano notevolmente se si sostituiva invece l'argon all'azoto . Nel 1941 E.M.Case e J.B.S.Haldane studiarono l'effetto della aggiunta di anidride carbonica all'aria compressa e osservarono un peggioramento dei sintomi mentali . Numerosi studi e cicli sperimentali più recenti svolti tra gli anni "50 e gli anni "70 confermarono la necessità di limitare la profondità di impiego dell'aria compressa per limitare anche l'effetto della sindrome neuropsichica da questa provocata. Il limite posto dalla fisiopatologia iperbarica non può essere un limite netto e definito, stante la soggettività della manifestazione dei sintomi della SNPAC e la variabilità individuale della reazione ad essi entro un arco batimetrico che può essere compreso fra 30 e 70 metri di profondità equivalente in acqua di mare . La imposizione di un limite più rigoroso e oggettivo è derivata dalla legislazione e dalle normative che, ove varate, hanno fissato una profondità tale da non danneggiare eccessivamente nè la flessibilità operativa nè la sicurezza dell'operatore , tenendo debito conto di un limite di riferimento fisiologico medio piuttosto cautelativo in termini statistici. Pertanto verso la metà degli anni "70 , con la emissione delle prime normative di legge per gli interventi subacquei professionali nelle zone del Mare del Nord, il limite del basso fondale è stato fissato a 50 metri (165 piedi) e tale limite è stato recepito dalla maggioranza delle normative internazionali emesse successivamente . Oggi il limite di 50 metri è confermato nelle normative del Regno Unito , Norvegia , Svezia , Danimarca , Germania , Olanda , Spagna e anche in Italia è confermato dalla ordinanza n. 77/92 della Capitaneria di Porto di Ravenna del 23 Ottobre 1992 limitatamente ai settori di applicazione e con i limiti intrinseci di nebulosità descrittiva . In Francia il limite di impiego dell'aria compressa viene mantenuto ancora oggi a 60 metri di profondità e rappresenta di fatto la separazione tra basso e alto fondale indipendentemente dal sistema di immersione impiegato .



Concetto e limiti della definizione di Basso e Alto Fondale

La demarcazione tra basso e alto fondale è un concetto basato su considerazioni e aspetti di tipo diverso legati alla fisiopatologia iperbarica, alla tecnologia e alla metodologia operativa, alla legislazione e ai risvolti economici e industriali che accompagnano le attività e le operazioni di intervento subacqueo iperbarico in altura. Le considerazioni legate alla fisiopatologia non sono in grado di fornire o determinare un limite netto basato su una rigida e precisa separazione dei due domini proprio perchè la soggettività individuale e la diversa risposta che ogni organismo fornisce agli effetti della SNPAC tracciano una fascia di transizione piuttosto che un confine netto e delineato . Le considerazioni basate sulla tecnologia e sulla metodologia operativa sono analogamente elastiche e aleatorie in quanto sistemi di immersione diversi possono giustificare limiti di separazione diversi e uno schema operativo al posto di un altro può analogamente giustificare un limite di separazione situato a una quota più o meno alta . Le considerazioni di ordine legislativo devono necessariamente prescindere dalla influenza degli aspetti industriali e dall'impatto economico in quanto devono puntare verso il limite più cautelativo e più conservativo dal punto di vista della tutela della sicurezza della vita umana .
In termini di fisiopatologia della immersione il limite fra basso e alto fondale è il limite sopra il quale è sicura e accettabile la respirazione di aria compressa e sotto il quale è necessario o raccomandabile passare alla respirazione di miscela sintetica a basso tenore di ossigeno . Le considerazioni basate sugli aspetti fisiopatologici non sono influenzate dal fatto che una miscela sintetica sia respirata da un autorespiratore autonomo o da un sistema di immersione pressurizzato e alimentato dalla superficie e conseguentemente questo , più che a un limite netto e delineato, porta ad una fascia di transizione che abbraccia il settore di sensibilità individuale e di soggettività fisiologica. Le considerazioni di ordine industriale e procedurale d'altra parte portano alla definizione di una analoga zona di transizione originata dal fatto che vi sono interventi brevi e interventi più lunghi, impegni lavorativi ed esecutivi più complessi e gravosi e altri meno complicati e impegnativi. Un criterio puramente industriale ed operativo porterebbe, come effettivamente si riscontra nella legislazione francese, alla possibilità di effettuare interventi ad aria fino a 60 metri di profondità purchè brevi e non gravosi e interventi a miscela con sistemi di immersione non pressurizzati (e.g. campana bagnata/aperta) fino a 75 o 90 metri per la esecuzione di attività estremamente limitate nel tempo di attuazione e nell'impegno esecutivo . Come risultato di tutto questo, la imposizione legislativa , che è sempre cautelativa nei confronti della sicurezza degli operatori e che assume sempre i limiti di sicurezza più conservativi e restrittivi, ha fissato in genere la demarcazione tra basso e alto fondale alla profondità di 50 metri (165 piedi) senza concedere aree di transizione o integrazioni di metodi e vicarianza di impianti di immersione e di miscele respiratorie . Per la prescrizione legislativa in generale applicata nella maggior parte degli stati che la impongono e comunemente riconosciuta nelle procedure operative della maggior parte delle grosse società e ditte di lavori subacquei la quota di 50 metri rappresenta il limite sopra il quale si può respirare aria compressa , o eventualmente miscela azoto/ossigeno , utilizzando sistemi di immersione non pressurizzabili e sotto il quale è obbligatorio il ricorso a sistemi di immersione pressurizzabili (i,e. campana iperbarica e impianto di alto fondale) con la respirazione di miscela sintetica. Se esistono e sono consentite deroghe a queste prescrizioni è solo nel senso di una maggiore restrizione , come nel caso di tecniche di alto fondale con impianti pressurizzabili per eseguire lavori prolungati a profondità comprese nel settore del basso fondale che rendono vantaggioso e più sicuro per gli operatori il ricorso a sistemi di immersione dotati di campana iperbarica e camera (e.g. saturazione in basso fondale).
 


Basso Fondale

Il dominio del basso fondale si estende tipicamente e giuridicamente dalla superficie alla isobata di 50 metri e nell'ambito di questo intervallo gli interventi subacquei professionali avvengono normalmente con la respirazione di aria compressa o , in sua alternativa , di miscela azoto/ossigeno (nitrox) . I sistemi di immersione utilizzati sono tipicamente di tipo non pressurizzato , ovvero non permettono di creare e mantenere un gradiente di pressione tra l'interno e l'esterno , ma lasciano per tutto il tempo l'operatore direttamente esposto al valore e agli effetti della pressione ambientale . Con le tecniche di basso fondale pertanto la decompressione relativa alle immersioni che superano la curva di sicurezza per la risalita senza tappe viene eseguita in acqua in fase di riemersione. Unica eccezione è costituita dal caso della "decompressione col salto" (surface decompression) particolarmente applicata nel mondo anglosassone ma in genere rigettata e non attuata nelle nostre metodologie . Questo metodo consiste essenzialmente nell'effettuare la prima tappa di decompressione in acqua e quindi nel risalire in superficie spogliandosi rapidamente dell'equipaggiamento in un tempo non superiore a 3'30" ed entrando in camera di decompressione per venire ricompressi rapidamente ed effettuare la decompressione completa all'interno di una camera iperbarica in superficie a bordo del mezzo navale di appoggio anzichè in acqua . In pratica l'organismo dell'operatore si trova per un periodo non superiore a cinque minuti totali soggetto alla liberazione di gas inerte nei tessuti organici , ma poichè questo fenomeno non è istantaneo nelle sue conseguenze fisiologiche e patologiche vi è il tempo sufficiente al trasferimento nella camera iperbarica e alla ricompressione Sebbene in termini teorici tutto sia accettabile ed eseguibile , non si può trascurare concettualmente la interferenza dell'imponderabile che può comportare ritardi e intoppi nello svolgimento regolare e nel concatenamento delle operazioni di risalita , svestizione e ricompressione in camera iperbarica dell'operatore .
Le attrezzature e i sistemi di immersione in basso fondale includono in primo luogo gli autorespiratori autonomi il cui impiego è di fatto scartato dalle consuete procedure operative e dalle normative vigenti nella maggior parte degli stati europei e rimane riservato a interventi speciali e specifici (e.g. operatori della protezione civile , VVFF e corpi militari , ricercatori scientifici , immersioni condotte con procedure eccezionali in ambienti nei quali è di fatto impossibile utilizzare un ombelicale,etc.).Le tecniche di immersione in basso fondale di normale applicazione industriale prevedono l'impiego di un casco leggero (e.g. Kirby-Morgan o equivalente) e di un ombelicale di collegamento con la superficie . L'ombelicale è normalmente costituito da una linea gas per l'alimentazione di aria compressa respiratoria , da una linea di acqua calda per il riscaldamento della muta a circuito aperto ,da una linea telefonica per le comunicazioni, da una linea per il profondimetro ad aria (pneumofatometro) che fornisce in superficie la esatta profondità dell'operatore , da un cavo coassiale per l'invio in superficie di eventuali immagini video da una telecamera che , quando utilizzata , può essere montata sul casco dell'operatore o tenuta in mano secondo le esigenze e le finalità dell'intervento subacqueo .
Oltre alla alimentazione respiratoria dalla superficie l'operatore dispone di una bombola di riserva per emergenza in caso di interruzione di afflusso dalla superficie . Questa tecnica di intervento colloquialmente definita con "narghilè" (ingl. hookah) è indicata come immersione alimentata dalla superficie (ingl. surface oriented diving). La sua applicazione garantisce un notevole livello di sicurezza dell'operatore che è sempre in contatto telefonico con la superficie, dispone di una riserva respiratoria e di riscaldamento praticamente illimitata , ha un costante tangibile legame di sicurezza (ombelicale) con chi lo assiste e non deve pensare ad altro che al lavoro da eseguire in quanto il controllo della profondità raggiunta e del tempo di permanenza è affidato completamente a chi si trova in superficie ed è responsabile della intera operazione. In questo modo l'operatore può lavorare da solo , nè più ne meno come il palombaro tradizionale a scafandro elastico , in piena sicurezza e in completo sinergismo con le operazioni svolte in superficie (e.g. installazione di strutture , attivazione di utensili , etc.). La messa a mare e il recupero dell'operatore da piattaforme fisse , pontoni galleggianti e comunque da piattaforme di supporto elevate rispetto alla superficie del mare , avviene per mezzo di un cesto metallico (ingl. basket / diver deployment basket) e di sistemi di sollevamento adeguati e certificati che consentono di superare rapidamente e agevolmente l'interfaccia aria/acqua anche in condizioni di mare agitato . In condizioni di corrente o di intervento in posizioni particolarmente difficoltose o a profondità superiori a una trentina di metri la lunghezza di ombelicale da maneggiare può risultare scomoda e faticosa e la decompressione in acqua è spesso lunga e disagevole, inoltre può capitare di dovere disporre sul fondo di due operatori simultaneamente per compiti gravosi o contemporanei in posizioni diverse . In questi casi e comunque in genere in tutti i casi di interventi prolungati o di interventi tra 30 e 50 metri di profondità si tende a ricorrere alla campana bagnata o campana aperta (ingl. wet bell) che è una campana di tipo storico tradizionale , non pressurizzabile , all'interno della quale gli operatori possono trovare posto in numero di due o tre e mantenere la posizione eretta con il torace e la testa all'asciutto in una bolla d'aria . Questo permette , tra l'altro , di effettuare la decompressione molto più confortevolmente che in acqua libera e di disporre di inalatori per l'ossigeno puro e di comunicazioni telefoniche con la superficie senza ricorrere al casco .
 


Alto Fondale

A partire dalla profondità di 50 metri l'aria compressa deve venire sostituica con miscela sintetica elio /ossigeno (heliox) e la discesa e risalita dell'operatore avviene mediante una campana iperbarica pressurizzabile , dotata cioè di portello interno ed esterno e suscettibile di mantenimento di condizioni rispettivamente di iperpressione o ipopressione interna riguardo all'ambiente esterno . La campana iperbarica è normalmente prevista per due operatori uno dei quali (ingl.diver) esce e l'altro (ingl. bellman) rimane all'interno a controllare il regolare svolgersi dell'ombelicale e il normale funzionamento delle attrezzature e delle dotazioni strumentali . In caso di lavori complessi e gravosi è possibile porre tre uomini in campana , due dei quali escono mentre il terzo rimane in assistenza e a disposizione per eventuali emergenze . La effettuazione di immmersioni con queste tecniche prevede che la discesa avvenga con l'interno della campana a pressione atmosferica , il portello interno aperto e quello esterno chiuso e placcato contro il battente dalla pressione idrostatica . Quando la campana è posizionata vicino al punto di lavoro l'operatore designato alla fuoriuscita indossa il casco e si prepara completamente . Quindi i due operatori aprono la mandata di miscela respiratoria pressurizzando l'interno della campana finchè la pressione interna eguaglia la pressione idrostatica esterna . A questo punto il portello esterno , i cui cani di chiusura sono stati preventivamente aperti , cade spontaneamente rendendo possibile la fuoriuscita (ingl. lock out) dell'operatore . In questo modo si minimizzano i tempi di compressione degli operatori dalla superficie alla profondità di lavoro riducendo proporzionalmente il tempo totale (discesa + tempo di fondo) da considerare ai fini della decompressione rispetto a quanto avviene con la lenta discesa della campana a portello aperto e la continua progressiva compressione interna durante la discesa . Questa procedura di immersione definita "immersione di intervento" (ingl. bounce diving) prevede ogni volta al suo termine la effettuazione di una decompressione degli operatori che risalgono in superficie e transitano dalla campana pressurizzata alla camera di decompressione . Non è pertanto conveniente ricorrervi per lavori che complessivamente richiedono un elevato numero di ore uomo sul fondo o che devono venire eseguiti a profondità superiori a ottanta o novanta metri . In questi casi si ricorre alla procedura di "immersione in saturazione" (ingl. saturation diving) utilizzando lo stesso impianto di alto fondale opportunamente arricchito di un adeguato sistema di rigenerazione della atmosfera interna (ingl. life support system / ECU = Environmental Control Unit). Gli operatori vengono compressi alla quota di fondo e vengono organizzati normalmente in tre coppie che si possono dare il cambio con turni di otto ore per coprire la intera giornata lavorativa di 24 ore . La coppia di turno transita dalla camera iperbarica dove gli operatori soggiornano alla campana sempre rimanendo in condizioni di pressione equivalenti a quelle del fondo . La discesa viene effettuata con il portello interno della campana chiuso e mantenuto in chiusura dalla sovrapressione interna . Quando si raggiunge la quota di lavoro il portello , i cui cani sono stati preventivamente mantenuti aperti , si solleva spontaneamente e l'operatore designato alla fuoriuscita può immergersi e svolgere il suo lavoro ricevendo il cambio dopo circa quattro ore dal collega . Al termine del ciclo di circa otto ore la squadra risale in superficie con portello interno chiuso e rimanendo alle condizioni pressorie del fondo . In superficie la campana viene clampata alla camera iperbarica , avviene il cambio di squadra mediante trasferimento in equipressione tra campana e camera e mentre la nuova squadra scende sul fondo per il suo turno di lavoro i due operatori appena risaliti possono disporre di circa sedici ore per il riposo e i pasti . La decompressione avviene per tutto il gruppo di operatori al termine del ciclo di lavoro la cui durata può arrivare anche a due o tre settimane continuative . In genere la decompressione da saturazione può essere definita in termini di risalita con velocità di un metro all'ora , quindi un operatore saturato alla profondità di un centinaio di metri può venire decompresso in circa quattro giorni complessivi o poco più , un tempo ben esiguo rispetto alla somma dei tempi che sarebbero richiesti per ogni singola decompressione al termine di una serie di immersioni di intervento capaci di coprire la esigenza lavorativa sul fondo .
 


LA CAMPANA SUBACQUEA

Storia ed evoluzione di un concetto.


La campana subacquea è al tempo stesso l'elemento storicamente più rappresentativo della evoluzione delle tecniche di intervento subacqueo e l'elemento tecnologicamente più significativo dei metodi moderni e industriali di attuazione di questo intervento per fini esecutivi e di lavoro sottomarino .
Quello della campana è il concetto più semplice e intuitivo per portare sott'acqua l'uomo mantenendogli intorno una adeguata bolla d'aria che gli consenta di respirare e di restare in immersione per tempi ben superiori a quelli dell'apnea. La tradizione vuole che il concetto più che dalle inevitabili constatazioni elementari di fisica sperimentale sia derivato dalla osservazione del comportamento di un ragno (argironeta , Argyroneta aquatica ) che si costruisce negli stagni per mezzo della ragnatela una vera e propria campana subacquea costituita da una bolla d'aria che gli consente di respirare rimanendo sott'acqua. Già Aristotele nel 360 a.C. (q.v.Problemata 960b 32) aveva parlato di un sistema del genere usato dai pescatori di spugne per potere prolungare la permanenza in immersione . Il termine usato da Aristotele è "lebete" (gr. λέβης,λέβητος) il cui significato nel linguaggio corrente corrisponde a caldaia, grossa pentola, vaso o simile. Non appaiono altri riferimenti nella letteratura fino al 1250 , quando Roger Bacon nella sua opera "Novum Organum" menziona la leggendaria impresa di Alessandro Magno che attorno al 332 a.C si sarebbe fatto calare in mare all'interno di una campana fatta costruire appositamente per osservare e conoscere il mondo sottomarino. La leggenda di Alessandro fu variamente ripresa con distorsioni e orpelli immaginari di ogni tipo , ma è rimasta emblematicamente conservata nella tradizione per rappresentare la invenzione della campana di immersione . Tra le tante versioni ne esiste una etiope , improntata al misticismo cristiano , che raffigura Alessandro come devoto cristiano ante litteram , ne compare una araba scritta nel settimo secolo d.C. , se ne trova una francese del 1250 con miniatura seguita da un'altra del millequattrocento corredata da una artistica miniatura che raffigura Alessandro , in armatura medioevale , all'interno di una campana di vetro . La successiva citazione storica di rilievo e soprattutto di affidabilità descrittiva viene fornita da Francesco de Marchi (1490 - 1574) che nella sua opera "Dell' Architettura Militare" (scritta attorno alla metà del XVI° secolo ma pubblicata la prima volta nel 1599 a Brescia e successivamente ristampata a Roma nel 1810) , nella quale descrive le caratteristiche strutturali e funzionali di 161 sistemi di fortificazione , fornisce dettagli descrittivi del sistema ideato e costruito da Guglielmo de Lorena per localizzare le navi romane affondate nel lago di Nemi . Su queste navi , che costituivano secondo la leggenda la testimonianza di una delle tante stravaganze dell'imperatore Caligola , la tradizione affermava trovarsi un notevole tesoro .Dopo innumerevoli infruttuosi tentativi di localizzare i relitti delle due navi che pur non essendo destinate alla navigazione ma a fungere da palazzi galleggianti erano state realizzate secondo i migliori criteri costruttivi dell'epoca, Lorena realizzò il suo sistema costituito da un piccolo tino di legno alto circa un metro col diametro di sessanta centimetri e con un oblò di vetro . Date le dimensioni,il sistema fungeva più da casco aperto che da campana in quanto incorporava il capo e il tronco dell'operatore consentendogli di camminare sul fondo e di deambulare mantenendosi addosso la struttura .La prima applicazione operativa del sistema di Lorena avvenne nel 1531 e consentì la localizzazione dei relitti prima d'ora rimasti irraggiungibili per i sommozzatori in apnea. Successivamente, nel 1535 , il sistema venne utilizzato nuovamente nel tentativo di rilevare posizione e dimensioni di uno dei due relitti . De Marchi afferma che l'operatore rimase sott'acqua per un'ora , ma per il vincolo di una promessa che lo legava all'inventore non rivela nel suo testo come l'aria all'interno della campana venisse rigenerata e reintegrata periodicamente . In ogni caso si può affermare che quella costruita da de Lorena risulta la prima campana storicamente documentata descrittivamente nelle caratteristiche e nell'impiego. Nel 1538 due greci si esibirono in Toledo davanti all'imperatore Carlo V con una campana di loro costruzione che permetteva di scendere sott'acqua e di riemergere con una candela mantenuta accesa all'interno della campana stessa . La descrizione dell'episodio viene data da Joannes Taisnieri Hannoni nel suo "Opusculum de motu celerrimo" stampato in Colonia nel 1562. Nel 1551 il celebre matematico Niccolò Fontana(1500?/1557), meglio noto come Niccolò Tartaglia pubblicò un trattato ("Regola generale de solevare...ogni affondata naue", Venezia 1551) sulle tecniche di recupero e sollevamento di navi affondate e in esso viene descritta una campana costituita da un telaio di legno entro il quale è contenuta una cupola di vetro capace di accogliere il capo e forse le spalle dell'operatore , mentre alla base e alla struttura del telaio è collegata una zavorra che tramite un cavo e un arganello a mano permette all'operatore di fare salire o scendere la campana senza dipendere dalla superficie. Ragionevoli dubbi possono sussistere sulla reale efficacia di questo sistema che non poteva consentire più di pochi minuti di permanenza all'operatore su un fondale proporzionalmente limitato, ma non si possono esprimere critiche negative alla introduzione di concetti geniali che anni più tardi troveranno efficace applicazione operativa . In un secondo progetto dello stesso Tartaglia la campana viene concepita abbastanza larga per contenere tutto l'operatore. Un anno più tardi , nel 1552 , una esibizione simile a quella di Toledo del 1538 fu tenuta da alcuni pescatori dell'Adriatico davanti al Doge e ai senatori di Venezia con una campana di circa tre metri di altezza e diametro con la quale fu raggiunta una permanenza di due ore in immersione Nel 1595 a Venezia viene stampata l'opera di Fausto Wranczy ( latinizzato in Veranzio) di Sebenico che sotto il titolo di "Machinae Novae" descrive , tra molti altri sistemi , una campana da immersione . Pochi anni più tardi , nel 1597 , Buonajuto Lorini pubblica in Venezia la sua opera "Delle Fortificationi" includendovi la descrizione di una campana da immersione in legno a struttura squadrata prossima a un parallelepipedo con finestre di vetro . Il sistema veniva alzato o abbassato mediante una cima passante attraverso una puleggia montata sulla sommità e funzionante secondo il principio della carrucola mobile (i.e. carrucola del muratore) . Franz Kessler nel 1616 progettò una campana improntata agli stessi concetti di quella di Lorena , ma più ampia e lunga tanto da arrivare a coprire le caviglie dell'operatore pur rimanendo un sistema individuale e portatile che consentiva all'utilizzatore di deambulare sul fondo marino . Una serie di finestrini rotondi di vetro consentiva all'operatore di guardare all'esterno su un orizzonte circolare , mentre la struttura complessiva del sistema porta a pensare che non vi fossero altre funzioni pratiche oltre a quella meramente ispettiva e di osservazione. Nel 1665 risulta che una campana di ridotte dimensioni , tale da potere essere utilizzata da un solo uomo, sia stata impiegata per recuperare tre pezzi di artiglieria e altri reperti dal relitto di una nave spagnola, la "Duque di Florencia" affondata il 15 Novembre 1588 per la esplosione della santa barbara nella baia di Tobermory in Scozia presso l'isola di Mull. La campana , della quale compare una descrizione nelle opere di George Sinclair "Ars nova et magna gravitatis et levitatis" (Rotterdam 1669) e "The Hydrostaticks" (Edinburgo 1672) e appare anche un disegno nell'opera "Collegium experimentale" di Sturmius del 1676 , aveva la tipica sagoma a pera ed era dotata di una piattaforma sottostante , sostenuta da catene , sulla quale posava i piedi l'operatore . Il peso della campana era di 260 libbre e quello della piattaforma di circa 130 . Altre immersioni , probabilmente con la stessa campana , furono compiute sul relitto tra il 1680 e il 1683 e altre ancora negli anni successivi . Nello stesso periodo da un medico di Lione , certo Panthot , viene pubblicato ("Journal des Scavans" del 4 Aprile 1678) il resoconto di una operazione analoga compiuta l'anno precedente nel porto di Cadice per recuperare valori dai relitti di due navi affondate . La campana impiegata risulta essere stata di legno , alta circa 13 piedi (3.9 m.) con un diametro inferiore di 9 piedi (2,7 m.) e rinforzi di cerchiature di metallo . Appese al bordo inferiore erano distribuite zavorre di ferro del peso di 60 o 80 libbre ciascuna. L'operatore stava seduto nel centro della campana su una sbarra trasversale . Un rudimentale , ma indubbiamente efficace , modello di campana di immersione venne usato tra il 1680 e la fine del secolo da sir William Phipps nella ricerca e nel recupero di considerevoli valori dai relitti delle navi spagnole affondate nelle acque dell'America centrale , ma in pratica nessuna descrizione accurata del sistema è giunta fino a noi . Nel 1689 il noto fisico francese Denis Papin introdusse un concetto fondamentale e innovativo ("Acta Eruditorum" , Leipzig , Settembre 1989 , p. 485) suscettibile di potenziare notevolmente la efficacia e la capacità di impiego delle campane che fino ad allora erano state utilizzate con la sola aria che restava imprigionata al loro interno al momento della immersione . Papin suggeriva che si dovesse provvedere per mezzo di pompe , mantici o soffietti , a insufflare aria all'interno della campana immersa ottenendo così il duplice risultato di mantenere un livello costante di svuotamento dall'acqua fino al bordo inferiore indipendentemente dalla profondità raggiunta e di conservare la respirabilità dell'aria interna indipendentemente dal tempo di permanenza dell'operatore o degli operatori in immersione . Sebbene non esistano documenti della avvenuta costruzione e dell'effettivo impiego da parte di Papin di una campana di questo tipo , la introduzione dei concetti fondamentali e innovativi ispirati dal fisico francese costituisce un notevole passo in avanti destinato a consolidare negli anni successivi le tecniche di immersione . Un analogo passo in avanti in termini tecnologici venne segnato l'anno dopo da Edmund Halley , più noto per le sue scoperte astronomiche che per la fisica subacquea , il quale nel 1690 progettò e costruì una campana di grosse dimensioni nella quale per mezzo di barili che venivano calati dalla superficie era possibile introdurre nuova aria ottenendo così gli stessi risultati che Papin si prefiggeva di ottenere con pompe e mantici dalla superficie. I barili che alimentavano la campana di Halley erano appesantiti con centinature di piombo e avevano due orifizi, uno sulla sommità e uno sul fondo . L'orifizio sul fondo era aperto e libero, mentre quello superiore era collegato a un tubo di pelle impermeabilizzata, lungo due o tre metri e appesantito con una zavorra di piombo alla sua estremità libera. Mentre il barile veniva calato dalla superficie l'aria al suo interno si comprimeva per effetto della pressione ambientale e l'acqua saliva progressivamente attraverso l'orifizio inferiore, mentre il tubo di pelle che chiudeva l'orifizio superiore si trovava con la estremità distale tirata verso il basso dalla zavorra di piombo e non consentiva all'aria di sfuggire. Quando il barile si trovava in prossimità della campana, leggermente sotto di essa, l'operatore raccoglieva la estremità del tubo infilandola nella campana e sollevandola; a questo punto la pressione idrostatica faceva entrare acqua dal fondo del barile svuotandolo dell'aria che entrava totalmente nella campana. Con un analogo tubo di pelle impermeabilizzata era possibile consentire la respirazione ad un operatore che usciva dalla campana, mantenendosi rigorosamente alla sua quota, con un casco che gli copriva capo e spalle. La campana di Halley, pur nella genialità delle sue concezioni realizzative, si rivelava pesante e ingombrante e difficilmente manovrabile se non con il supporto di mezzi navali di grosse dimensioni e di appropriato personale. Negli anni successivi seguirono diversi progetti e realizzazioni, troppo numerosi per essere considerati tutti analiticamente, ma degni di menzione per qualche particolare aspetto innovativo o qualche concezione geniale. In Svezia, nazione che tra l'altro reclama invenzioni e progetti in tema di campane di immersione già dai tempi di Sturmius e del galeone di Tobermory, comparvero le campane di Martin Triewald (1728) e di Hammar (1774), in Francia la campana di Dalmas (1774) costruita con pelle e cuoio su telaio di legno con seri dubbi sulla sua affidabilità ed efficacia. Nel regno unito apparvero i progetti di Spalding (1775) che partendo dai concetti di Halley li volle perfezionare rendendoli più versatili, maneggevoli, sicuri e controllabili dagli operatori anzichè dalla superficie e di Smeaton (1788 e 1790) che applicò i concetti di Papin. Spalding annegò in una delle sue campane nel 1783 , Smeaton ebbe miglior fortuna e il suo nome è legato alla realizzazione di numerose opere di ingegneria marina (e.g. faro di Eddystone costruito nel 1759 e mantenuto fino al 1882, fondazioni del ponte di Exham nel Northuberland nel 1788, strutture del porto di Ramsgate nel 1790, etc.) nonchè alla costruzione di campane adeguate agli interventi subacquei per tali opere. Le campane ideate e introdotte da Smeaton erano concepite per lavori di ingegneria portuale a profondità relativamente limitata ed erano dotate superiormente di un sistema di pompa capace di immettere aria a pressione all'interno della campana mantenuta con la sua porzione apicale emersa. Le campane di Smeaton, ampie e di forma squadrata, erano utilizzate in pratica come cassoni pneumatici per la esecuzione di opere portuali e per interventi legati alle attività portuali. Le idee e i concetti di Smeaton furono ripresi da James Rennie che nel 1812 intervenne attivamente nei lavori del porto di Ramsgate con una campana alla quale aveva conferito la capacità di spostamento e traslazione mediante un sistema di carro ponte al quale era sospesa. In pratica a questo punto la campana subacquea aveva raggiunto la maturità concettuale e la configurazione di base che le permettevano di affrontare il successivo determinante salto tecnologico verso la configurazione attuale di modulo di trasporto e supporto nell'intervento iperbarico profondo. Per qualche decennio la campana rimase concettualmente legata a interventi poco profondi, prevalentemente in aree portuali dove veniva impiegata in concomitanza o alternativa ai cassoni pneumatici, poi lo sviluppo delle tecniche di immersione con scafandro elastico diede spazio per applicazioni destinate a conferirle la spinta verso la utilizzazione in alti fondali. Infatti la diffusione degli interventi lavorativi con palombari a scafandro elastico su relitti anche profondi rendeva di estrema attualità il problema della decompressione dell'operatore al termine della immersione. Poichè la decompressione in acqua presentava problemi di agio, comodità e sicurezza per il palombaro e di gestione dell'equipaggiamento per il cantiere che doveva attendere la riemersione del palombaro al termine della decompressione prima di potere destinare le attrezzature (i.e. manichetta, braga, casco e pompa) alla discesa del successivo palombaro, la campana venne reintrodotta per semplificare e rendere più sicure queste procedure. Nel 1928 Sir Robert H. Davis progettò la camera di decompressione sommergibile (Submersible Decompression Chamber) nella forma di una campana che potesse fornire un valido supporto al palombaro al termine della immersione e al momento di affrontare la risalita e la decompressione. In pratica la procedura di decompressione consisteva nel fare trovare, al termine della immersione del palombaro, la campana alla profondità corrispondente alla quota della prima tappa di decompressione. A questo punto il palombaro poteva introdursi col busto nella campana , liberarsi del casco con l'aiuto di un assistente che si trovava già all'interno della campana stessa, entrare completamente in campana e rimanervi, dopo la chiusura del portello, mentre la campana veniva recuperata a bordo della nave appoggio, sempre conservando all'interno la pressione della profondità di chiusura del portello. Una volta a bordo della nave appoggio la campana diveniva una vera e propria camera di decompressione all'interno della quale il palombaro poteva compiere, insieme all'assistente, la regolare decompressione mentre in acqua proseguiva con regolarità il lavoro ad opera di altri palombari. Questa innovazione da un lato conferì alla campana una nuova fisionomia e una accresciuta versatilità di impiego poichè la apposizione del portello interno la rendeva suscettibile di operare tanto in equipressione con l'ambiente circostante quanto in iperpressione rispetto allo stesso, mentre dall'altro creò i presupposti per la nascita dell'impianto di alto fondale e la integrazione operativa di campana e camera di decompressione. Da quel modo di impiego della campana come camera di decompressione per il palombaro è rimasta la definizione anglosasassone di SDC (Submersible Decompression Chamber) che ancora oggi viene spesso usata per indicare la campana di immersione anche se la sua funzione è quella di mera capsula pressurizzata di trasporto degli operatori tra la superficie il fondo e non più di modulo di decompressione in superficie. Il passo evolutivo successivo, tra la fine degli anni "20 e i primi anni"30, fu rappresentato dalla integrazione della campana e di una camera di decompressione vera e propria sul ponte della nave appoggio in modo che il palombaro potesse transitare, dopo l'accoppiamento dei due moduli, dalla campana alla camera di decompressione e la campana ridiventasse libera e disponibile per la risalita del successivo palombaro. Nel 1931 Sir Robert H.Davis progettò la camera di decompressione da ponte a tre compartimenti (Deck Decompression Chamber) destinata ad accoppiarsi alla SDC alla sua riemersione per consentire il trasferimento degli operatori sotto pressione e liberare la SDC stessa per l'impiego successivo mentre gli operatori completavano la decompressione all'interno della camera da ponte . Inoltre si pensò di introdurre un doppio sistema di portelli, uno interno e uno esterno, rendendo così possibile la utilizzazione della campana tanto in iperpressione (portello interno chiuso) quanto in ipopressione (portello esterno chiuso) rispetto all'ambiente circostante. Con la integrazione della campana (SDC) e della camera di decompressione chiamata DDC (Deck Decompression Chamber) poteva considerarsi concettualmente nato l'impianto di alto fondale che ancora oggi nelle sue linee strutturali essenziali è articolato sui due elementi fondamentali campana e camera. In pratica ,per alcuni decenni, non vi furono sostanziali perfezionamenti evolutivi nella struttura e nella fisionomia funzionale della campana fino alla fine degli anni "60 con la nascita delle tecniche di immersione in alto fondale e in saturazione. Il perfezionamento delle tecniche costruttive rese possibile il passaggio dalla struttura cilindrica a quella sferica dettata dal fatto che la sfera è il solido geometrico che possiede il massimo volume rapportato alla minima superficie e conseguentemente meglio si presta a resistere alla pressione esterna.
Una menzione a parte va dedicata alle campane a pressione atmosferica alle quali tradizionalmente sono state assegnate denominazioni diverse (i.e. torretta butoscopica , submarine observation chamber , batisfera) e che sono concepite per operare solo con pressione atmosferica all'interno indipendentemente dalla profondità alla quale si trovano. La loro storia è altrettanto avvincente e complessa quanto quella delle campane subacquee e va dagli ingenui e sfortunati tentativi di John Day (1773) e dello spagnolo Cervo (1831) che annegarono nello sfondamento dei loro involucri di legno in poche decine di metri di profondità ai più razionali sistemi costruiti da Bazin (1865) , Balsamello (1889) , Piatti del Pozzo (1897) posti in esercizio con qualche risultato fino alla batisfera di Beebe che discese a 434 m. (1,426 piedi) nel 1930 e a 923 m. (3,028 piedi) nel 1934. Le torrette butoscopiche degli anni "30 consentirono la effettuazione di diversi lavori di recupero grazie all'operatore che dall'interno guidava con istruzioni telefoniche la manovra di una benna a polipo calata dalla superficie. In tempi più recenti campane di questo tipo sono state dotate di manipolatori e utensili e hanno operato, prima dell'avvento dei veicoli telecomandati , in compiti esecutivi anche complessi (e.g.apertura/chiusura di valvole , taglio di cavi e lamiere , installazione di strutture , etc.) a grande profondità.
 


Tecnologia moderna e tecnica di operazione.

La campana subacquea moderna rappresenta oggi l'elemento di impiego fondamentale negli interventi iperbarici in alto fondale e la sua evoluzione strutturale e funzionale la ha portata a trovare diverse altre applicazioni tanto nel basso fondale quanto nella immersione profonda a pressione atmosferica. Nei tempi recenti del secondo dopoguerra la campana è stata inizialmente utilizzata come camera di decompressione sommergibile per operatori subacquei dotati di autorespiratore autonomo in immersioni particolarmente profonde e protratte , esattamente come avveniva per i palombari negli anni "30. Successivamente si è passati ad utilizzarla come supporto subacqueo degli operatori che vi rimanevano vincolati mediante un ombelicale beneficiando così di maggiore sicurezza e di una erogazione teoricamente illimitata di miscela respiratoria. L'avvento delle tecniche di saturazione , per le immersioni più profonde e prolungate , tra la seconda metà degli anni "60 e l'inizio degli anni "70 consacrò di fatto l'impiego della campana in tutte le sue possibilità di uso tanto in ipo quanto in iperpressione come modulo di trasporto degli operatori da e per il fondo e come supporto subacqueo al lavoro che doveva venire eseguito in tempi prolungati con la necessità di disporre di illuminazione, utensili idraulici , consistente riserva respiratoria e riscaldamento. Già tra la seconda metà degli "50 e l'inizio degli anni "60 , la campana di tipo cilindrico strettamente analogo a quello utilizzato dai palombari nell'intervallo tra i due conflitti mondiali , trovava crescente applicazione di impiego in appoggio ai sommozzatori con autorespiratore autonomo che effettuavano immersioni lavorative profonde e al termine della autonomia degli autorespiratori entravano in campana per utilizzarla in risalita e in decompressione. Tuttavia in questo modo la campana si trovava praticamente limitata nel suo potenziale di impiego di modulo di trasporto e di supporto iperbarico agli operatori per tutta la durata del loro intervento , dalla discesa alla risalita. Bisognava arrivare alla prima metà degli anni "60 perchè questo potenziale cominciasse a venire percepito e applicato in tutti i suoi risvolti. Le crescenti esigenze della nascente industria per la estrazione degli idrocarburi in mare che muoveva i suoi primi passi profondi oltre i limiti della immersione ad aria compressa e le acquisizioni della fisiopatologia iperbarica ormai matura per l'impiego diffuso delle miscele heliox e la realizzazione operativa del concetto di "saturazione" crearono il sinergismo necessario per conferire la spinta decisiva al grande passo e la campana iperbarica si presentava come il solo mezzo applicabile per il trasporto degli operatori dalla superficie al fondo e viceversa e per il loro mantenimento in condizioni di pressurizzazione controllata . Si trattò in pratica di una vera e propria riscoperta della campana iperbarica come SDC tradizionale (Submersible Decompression Chamber) e come valido utensile per le operazioni commerciali. Nel maggio del 1962 nella baia di Ognina (Siracusa) venne provato e collaudato il "cilindro" di Edwin A. Link costruito appositamente per la realizzazione della prima fase del progetto Man in the Sea , destinato a consentire all'uomo la conquista delle lunghe permanenze in profondità . Nel mese di Settembre di quello stesso anno , nella baia di Villefranche sur Mer , sulla Costa Azzurra , venne realizzata una immersione prolungata alla profondità di 200 piedi (60 metri) da Robert Stenuit che vi permase per 25 ore respirando miscela elio ossigeno (heliox) ed effettuando quindi una decompressione di 58 ore all'interno del cilindro stesso che era stato recuperato a bordo della nave appoggio e posato orizzontalmente sulla coperta per servire da camera di decompressione. Il "cilindro" di E.A.Link , costruito in lega di alluminio e attualmente conservato nel museo di Miami , pesa due tonnellate e settecento chilogrammi e ha una lunghezza di tre metri e quindici centimetri con un diametro interno di novanta centimetri . E' diviso in due parti distinte , una lunga 1.90 m. che costituisce l'abitacolo vero e proprio e che è situata superiormente e una lunga 1 m. situata inferiormente e destinata a servire come vano di transito nelle operazioni subacquee e come vano passaoggetti durante la decompressione sul ponte della nave appoggio. Per questo motivo esistono tre portelli , due alla base del cilindro con funzione rispettivamente di portello interno (iperpressione interna) e di portello esterno (iperpressione esterna) e uno alla base dell'abitacolo destinato a operare solo con condizioni di iperpresione interna dell'abitacolo rispetto al vano di transito. Tre oblò inclinati disposti a 120° danno all'abitacolo la necessaria visibilità verso l'esterno , mentre un quarto oblò si apre nel vano di transito . Il cilindro è dotato di un verricello con il quale può autonomamente alzarsi e abbassarsi sulla zavorra di fondo che ne costituisce il corpo morto di ancoraggio. Tutto il resto (energia elettrica, gas respiratorio, comunicazioni telefoniche, etc.) è fornito dalla superficie tramite cavi , manichette e ombelicali che si inseriscono sulla sommità del cilindro tramite appositi passaggi scafo. Nel corso dello stesso anno al largo delle coste Californiane , di fronte a S. Catalina , un'altra campana iperbarica , chiamata Atlantis , venne usata per una discesa fino alla profondità di 1,000 piedi (300 metri). L'impresa , un vero e proprio primato , si tradusse però in tragedia in quanto uno dei due operatori , il giornalista Peter Small morì nel corso della risalita insieme a uno dei sommozzatori si appoggio , Chris Wittaker . L'ideatore della impresa , lo svizzero Hannes Keller , sopravvisse alla immersione la cui tragica conclusione era stata provocata da un bordo della pinna dello stesso Keller rimasta tra la soglia e il portello della campana quando questo era stato chiuso al rientro dello stesso Keller dalla sua fuoriuscita sul fondo . In fase di risalita della campana la pinna rimasta tra il bordo del portello e la soglia aveva provocato una fuga di gas e una caduta della pressione interna causando lo svenimento dei due operatori e il successivo decesso di Small. Queste operazioni , pur segnando valide e significative tappe nella conquista delle profondità marine e della capacità umana a soggiornare per tempi prolungati in iperpressione non avevano le caratteristiche delle vere e proprie operazioni commerciali dotate di diretto risvolto applicativo. Dalle immersioni sperimentali si svilupparono le diverse operazioni di vita sotto il mare (e.g. Man in the sea , Conshelf , Sea Lab , etc.) che permisero di realizzare concretamente il progetto del capitano medico George Bond della US Navy per la permanenza di operatori subacquei in saturazione . Questo progetto consentì poi , a partire dall'inizio degli anni "70 , concrete ed effettive ricadute tecnologiche che permisero agli impianti di immersione profonda e alle campane di immersione di esplicare tutto il loro potenziale operativo per le esigenze della industria offshore.
Nel 1963 , con il preciso scopo di fornire uno strumento di intervento subacqueo all'industria degli idrocarburi , venne progettata e costruita la "Purisima" , una campana composta da due sfere sovrapposte ideata da Dan Wilson e Jon Lindbergh della Deep Submergence Systems . La Purisima fu costruita per gli interventi subacquei sulle teste pozzo dei giacimenti di idrocarburi al largo della California . Le due sfere erano dotate di portello di separazione e potevano essere pressurizzate indipendentemente . La sfera inferiore era sempre e comunque occupata dall'operatore iperbarico destinato alla fuoriuscita per la esecuzione del compito lavorativo esterno , la sfera superiore poteva venire occupata da un ingegnere o da un supervisore che in tale caso restavano in ambiente a pressione atmosferica a dirigere mediante il telefono gli interventi dell'operatore esterno , oppure da un altro operatore iperbarico che , in caso di bisogno , poteva pressurizzare la sfera , aprire il portello di comunicazione con la sfera sottostante e uscire in appoggio al primo operatore per lavori particolarmente gravosi o impegnativi . La discesa avveniva con l'interno a pressione atmosferica e il portello chiuso e la pressurizzazione veniva compiuta sul fondo al momento di uscire dalla campana . La decompressione avveniva all'interno della campana utilizzata quindi in tutto e per tutto come una SDC. Il concetto di campana a doppio modulo espresso con la realizzazione della Purisima fu ripreso negli anni immediatamente successivi dalla Strongwork/Divecon che realizzò la campana "Seatask" per interventi fino a 180 metri di profondità , dalla Galeazzi che costruì il suo "ODS" (Offshore Diving Shelter) composto da una camera di decompressione per palombaro accoppiabile a un modulo sferico a pressione atmosferica , dalla Comex che compose il doppio modulo "Castore e Polluce". Il passaggio pratico ed effettivo al concetto di camera di decompressione fissa in superficie accoppiabile ad una campana di immersione che assumeva il semplice ruolo di modulo di trasferimento tra la superficie e il fondo , così come era stato concepito da Sir Robert Davis nel 1931 , trovò realizzazione per l'industria degli idrocarburi solo nel 1965 quando la Taylor Diving and Salvage Company realizzò il sistema di immersione profonda MARK DCL . Il sistema comprendeva una camera di decompressione da ponte o DDC (Deck Decompression Chamber) lunga 26 piedi (7.8 m.) , del diametro di 7 piedi (2.1 m.) capace di alloggiare 6 operatori e dotata di un vano di trasferimento e accesso per il collegamento alla campana e di una bussola pressurizzabile di passaggio per cibo e oggetti (food lock) . Inoltre in ambiente iperbarico erano disponibili i servizi igienici , la doccia e il lavabo. La campana , ora non più chiamata SDC (Submersible Decompression Chamber) , ma opportunamente ribattezzata PTC (Personnel Transfer Capsule), aveva forma cilindrica alta 8 piedi (2.4 m.) col diametro di 5 piedi (1.5 m.) e si accoppiava con la DDC mediante una flangia situata alla sua estremità. All'interno della campana trovavano posto comodamente due operatori e venivano mantenuti due ombelicali della lunghezza di circa 30 m. , sufficienti per raggiungere il punto di lavoro in prossimità della campana . La campana, in se stessa dotata di spinta di galleggiamento, disponeva di una zavorra ancorata inferiormente per mezzo di un doppio cavo o catena che le permetteva di flottare due o tre metri sopra il fondo svincolandosi dal cavo di sospendita e non risentendo così delle oscillazioni generate dal moto ondoso sul mezzo navale di appoggio. Il sistema Originale MARK DCL fu usato per la prima volta nel 1965 per compiere interventi a 90 metri di profondità nel Golfo del Messico . Nella tarda estate del 1965 fu condotta la prima saturazione per operazioni a scopo commerciale per rimpiazzare strutture sommerse alla diga della Smith Mountain in Virginia . Utilizzando un sistema di immersione della Westinghouse chiamato "Cachalot" vennero effettuate permanenze degli operatori alla profondità equivalente di 60 metri fino a cinque giorni e con lo stesso sistema nell'anno seguente (1966) fu compiuta la prima saturazione nel Golfo del Messico per rimuovere due strutture artificiali a otto gambe della Gulf Oil Company che erano state demolite dall'uragano Betsy con una profondità di lavoro di 72 metri. Nel Giugno dell'anno seguente (1967) in occasione del "Progetto 600" della Westinghouse lo stesso systema di immersione Cachalot consentì interventi alla profondità di 180 metri (600 piedi) con tecniche di saturazione . Il successivo gradino fu raggiunto da tre operatori Comex che nel 1970 scesero a operare alla profondità di 252 metri (840 piedi) e successivamente, nel 1975 , altri operatori Comex lavorarono a 320 metri (1,069 piedi) in mare aperto per recuperare un BOP (Blowout preventer). Accanto a questi primati stabiliti per esigenze particolari e affermatisi come pietre miliari della conquista delle profondità nella immersione di lavoro per la industria numerosi furono gli interventi con tecniche di saturazione compiuti a partire dai primi anni "70 tra 90 e 150 metri di profondità. In tutti questi casi la campana assolveva la funzione di modulo di trasporto degli operatori tra la superficie ed il fondo e di supporto subacqueo per l'operatore esterno che veniva assistito costantemente dal collega rimasto all'interno della campana . La sagoma stessa della campana subì sostanziali modifiche e dalle campane cilindriche degli anni "60 , comode e spaziose , si passò progressivamente negli anni "70 alle campane sferiche , probabilmente meno comode e spaziose per l'operatore , ma indubbiamente più vantaggiose in termini economici (ridotto volume interno e ridotto quantitativo di gas necessario alla pressurizzazione) e in termini pratici (minore ingombro , minore peso). Infatti la sfera è il solido geometrico che offre il maggior volume interno rapportato alla minima superficie esterna e questo in termini ingegneristici progettuali di calcolo degli spessori per la resistenza alla pressione costituisce un vantaggio del quale la industria non si potè avvalere fino a quando non furono raggiunte le capacità tecnologiche di costruzione di una sfera mediante saldatura di spicchi sferici. Ancora oggi , sebbene molti operatori siano ben contenti di potere utilizzare quando capita una delle campane cilindriche ancora in servizio , la maggioranza degli impianti di immersione di alto fondale dispone di una campana sferica . Nel corso degli anni si sono evoluti diversi modelli di campana iperbarica che rispecchiano in linea di massima i medesimi concetti progettuali e rispondono in genere alle medesime esigenze di consentire la immersione a due operatori o eventualmente a tre per i casi particolari di intervento esterno che deve essere svolto da due operatori simultaneamente.
Le caratteristiche fondamentali che si riscontrano in tutte le campane iperbariche facenti parte di un impianto di alto fondale possono essere così riassunte:
- doppio portello (interno/esterno) per consentire la situazione di ipopressione interna (discesa a pressione atmosferica per immersione di intervento , immersione di osservazione a pressione atmosferica) o di iperpressione interna (discesa negli interventi in saturazione , risalita in superficie al termine della immersione).
- zavorra di emergenza sganciabile dall'interno per consentire la risalita libera della campana dopo avere provveduto al rilascio del cavo di forza (sgancio comandabile dall'interno) e alla separazione dell'ombelicale (sistema tagliaombelicale comandato dall'interno).
- bombole di emergenza contenenti una sufficiente quantità di gas (miscela heliox , aria compressa , ossigeno metabolico) nel caso di perdita dell'ombelicale campana .
- zavorra guida che mantenga l'assetto della campana e consenta la distanza dal fondo per garantire libertà di movimento e passaggio dell'operatore in fuoriuscita o rientro attraverso il portello inferiore.
- ombelicale composito dotato di tutti gli elementi che convogliano dalla superficie le necessarie alimentazioni e inviano alla superficie le informazioni batimetriche e le comunicazioni (due linee mandata gas , linea acqua calda , comunicazioni , manometro interno campana , manometro esterno campana , pneumofatometro operatore , coassiale telecamera , energia elettrica ).
Nel corso degli anni la sicurezza e la comodità degli operatori sono state particolarmente curate , adeguando a questo scopo le caratteristiche strutturali e funzionali delle campane iperbariche che si trovano oggi arricchite di dotazioni e sistemi di emergenza e sicurezza fino ad una decina di anni or sono sconosciuti o ben raramente presenti. Fra questi i più caratteristici e importanti sono rappresentati da :
- vano passaoggetti (medical lock) che consente il passaggio di medicinali , cibo e utensili all'interno della campana quando questa è pressurizzata con gli operatori all'interno e non collegata alla DDC,
- dotazione di sopravvivenza (survival kit) che include sistemi di protezione termica passiva (sacco termico,guanti,telo termoriflettente) da utilizzare nel caso di perdita dell'ombelicale e delle alimentazioni dalla superficie ,
- batterie di emergenza(emergency power pack) per garantire la alimentazione elettrica essenziale nel caso di perdita delle alimentazioni dalla superficie,
- telefono a ultrasuoni (through water communication system) per parlare con la superficie in caso di avaria del telefono via cavo (hardwire communication system) o di perdita dell'ombelicale ,
- transponder acustico (emergency bell locator) a doppia frequenza per la localizzazione della campana nel caso di incidente e sua perdita per taglio dell'ombelicale e del cavo di forza ,
- valvole e connettori esterni per collegare mandata di acqua calda e di gas respiratorio alla campana se questa viene recuperata in emergenza e posta su un mezzo navale di soccorso senza potere essere acoppiata a una DDC adeguata,
All'interno della campana gli operatori regolano le mandate di gas di pressurizzazione agendo su una valvola della quale hanno il controllo in modo da potere regolare la velocità di compressione secondo le proprie esigenze di compensazione, inoltre possono liberamente regolare la temperatura e il fissaggio della anidride carbonica azionando opportunamente i riscaldatori (radiatori ad acqua calda e resistenze elettriche sui ventilatori dei filtri) e i ventilatori dei filtri di calce sodata . Nei circuiti elettrici dell'interno campana vengono mantenute tensioni basse (12 V) di corrente continua così scongiurando o riducendo notevolmente i rischi di elettrocuzione , mentre all'esterno le lampade e le eventuali altre utenze non destinate ad impiego da parte dell'operatore sono governate da tensioni maggiori (e.g. 115 V). In genere la alimentazione elettrica viene inviata dalla superficie tramite un variac che alimenta un trasformatore a bagno d'olio all'esterno della campana il quale a sua volta garantisce la appropriata tensione di sicurezza alle utenze interne oltre a garantire la continua ricarica in tampone delle batterie di emergenza.
Lo schema operativo di una campana è duplice e risponde ai due diversi tipi di immersione che possono venire condotti : immersione da saturazione (saturation diving) e immersione di intervento (bounce diving). Nella immersione da saturazione gli operatori transitano all'interno della campana che è in equilibrio con la DDC e si trova pertanto ad una pressione assai prossima a quella del fondo . Effettuato il trasferimento viene chiuso il portello interno e la campana si immerge con una netta iperpressione interna che mantiene il portello chiuso. Poichè è la stessa pressione che mantiene il portello ben chiuso le chiusure di sicurezza (hatch dogs) vengono tenute libere . Quando la campana raggiunge la profondità equivalente alla quota di saturazione, alcuni metri sopra la quota di fondo, la pressione esterna prima equipara e poi supera la pressione interna sollevando dolcemente il portello . A questo punto il portello viene aperto completamente e il primo operatore può uscire , mentre il secondo compensa con una leggera mandata di gas il volume lasciato libero dall'operatore uscito riabbassando il menisco di separazione aria acqua. Al termine della immersione l'operatore rientra , il portello viene richiuso e la campana viene recuperata a bordo della nave appoggio con all'interno la pressione equivalente alla quota di saturazione e può conseguentemente essere accoppiata senza problemi alla DDC per consentire il transito degli operatori ed il cambio con la nuova squadra di lavoro. Nella immersione di intervento che ha lo scopo di limitare la permanenza degli operatori in iperpressione al minimo indispensabile per non elevare eccessivamente i successivi tempi di decompressione , la campana viene calata sul fondo con il portello interno aperto e quello esterno chiuso e all'interno viene mantenuta la pressione atmosferica. Quando la campana è stata posizionata vicino al punto di lavoro l'operatore destinato alla fuoriuscita si veste completamente e indossa il casco . A quel punto gli operatori in campana aprono la mandata di gas pressurizzando l'interno con la massima velocità possibile . Appena la pressione interna giunge a eguagliare la pressione esterna il portello esterno , al quale sono state preventivamente liberate le chiusure di sicurezza , si apre cadendo per il suo stesso peso. L'operatore esce, esegue velocemente l'intervento e rientra in campana senza perdere altro tempo. Al suo rientro la campana viene sollevata , a portello aperto , fino alla quota corrispondente alla prima tappa di decompressione . Qui viene chiuso il portello interno e la campana viene sollevata in superficie e accoppiata con la DDC dove è nel contempo stata raggiunta una equivalente pressione interna . Avviene il transito degli operatori e la decompressione prosegue comodamente nella DDC mentre la campana è disponibile per un'altra squadra di operatori.
Per le operazioni di messa a mare e di recupero la campana dispone normalmente di un verricello per il cavo di sospensione e di un verricello per l'ombelicale che viene agganciato a intervalli fissi al cavo di sospendita per evitarne eccessive festonature o pericolosi sbandieramenti in caso di corrente, inoltre vi sono spesso guide e riscontri per facilitare la uscita dall'acqua in condizioni di mare mosso . Uno dei sistemi più efficaci e sicuri per garantire stabilità alla campana è quello della zavorra con i cavi guida . In questo caso, esemplificato tipicamente dai sistemi di immersione della DRASS di Zingonia , viene calata una zavorra di due o tre tonnellate mediante un cavo che ha una estremità fissata in superficie a un sistema di tensionamento costante e l'altra estremità mobile collegata ad un verricello . La zavorra , dotata di due pulegge , scorre in pratica sul cavo come la carrucola del muratore e mantiene sempre, per effetto dei due tratti di cavo che la sostengono un assetto e un orientamento stabili anche in caso di corrente subacquea. La campana , mediante due braccetti dotati di appositi manicotti , scorre lungo i due tratti cavo come lungo due guide e può utilizzare la zavorra come distanziatore (stand off frame) appoggiandosi eventualmente su di essa e liberandosi dall'effetto del moto ondoso che viene trasmesso lungo il cavo di sospensione.

Oltre alla campana iperbarica degli impianti di alto fondale negli ultimi anni è stata reintrodotta per gli interventi in basso fondale la campana classica aperta inferiormente e denominata con termini correnti campana bagnata (wet bell) o campana aperta (open bottomed bell / open bell). In pratica questa campana consiste nella moderna versione della classica campana di Halley e può ospitare due operatori che restano con il busto emerso in una bolla d'aria mantenuta sotto una calotta di metallo o di plexiglas. Gli operatori dispongono di ombelicali e possono lavorare singolarmente o insieme attuando la tecnica di immersione di intervento ed effettuando poi decompressione in acqua all'interno della campana che consente di togliere il casco e restare con la parte superiore del corpo emersa. L'impiego di questo tipo di campana è necessariamente limitato al settore di operazione del basso fondale e dell'aria compressa , ma consente con sicurezza e comodità la effettuazione di interventi che potrebbero essere scomodi e impegnativi se compiuti direttamente dalla superficie con un ombelicale sottoposto all'effetto di corrente lungo tutta la colonna d'acqua.
 


LA CAMERA IPERBARICA
(di COMPRESSIONE / DECOMPRESSIONE / RICOMPRESSIONE )


Storia ed evoluzione di un concetto.


La camera iperbarica, intesa come camera di decompressione fissa (DDC) utilizzabile rispettivamente anche come camera di ricompressione terapeutica o come camera di compressione, ha avuto una comparsa concettuale e applicativa abbastanza tardiva rispetto alla campana di immersione. Le prime camere per cassonisti e palombari sono comparse al volgere della fine del secolo scorso nella forma e nella funzione di camere di decompressione tardiva o di ricompressione terapeutica per rispondere alle esigenze sottolineate dalle ricerche e dagli esperimenti di P. Bert. E’ concordemente riconosciuto comunque che le prime camere per ricompressione terapeutica a favore degli operai cassonisti siano state impiegate nell’ambito di lavori pubblici da Sir Ernest MOIR, in qualità di direttore dei lavori per il tunnel di attraversamento del fiume Hudson condotti dalla ditta Pearson di Londra a partire dal 1893. Nello stesso periodo cominciarono a diffondersi anche le prime camere sperimentali per ricerca medica che, per il modo nel quale venivano usate, possono essere considerate vere e proprie camere di compressione / decompressione. Le camere per la decompressione dei palombari nacquero come camere fisse da ponte nelle quali il palombaro veniva posto, al momento della riemersione, per evitare l’insorgenza dei paventati sintomi della malattia da decompressione o, nei casi più sfortunati, per curare tali sintomi dopo la loro comparsa. Talmente lenta era tuttavia la svestizione del palombaro dal casco, dal collare, dagli scarponi e dalle zavorre e comunque talmente lento era il suo incedere verso la camera di ricompressione da vanificare, nella maggior parte dei casi, la efficacia della procedura di decompressione tardiva. Conseguentemente nel 1928 Sir Robert H. Davis progettò la camera di decompressione sommergibile (Submersible Decompression Chamber) nella forma di una campana che veniva fatta trovare alla profondità corrispondente alla quota della prima tappa di decompressione con un assistente che si trovava già all'interno. Una volta a bordo della nave appoggio la campana diveniva una vera e propria camera di decompressione all'interno della quale il palombaro poteva compiere, insieme all'assistente, la regolare decompressione mentre in acqua proseguiva con regolarità il lavoro ad opera di altri palombari. Da questa modalità di impiego della campana come camera di decompressione per il palombaro è rimasta la definizione anglosasassone di SDC (Submersible Decompression Chamber) che ancora oggi viene spesso usata per indicare la campana di immersione.


Camere fisse.


Il passo evolutivo successivo, tra la fine degli anni "20 e i primi anni "30, fu rappresentato dalla integrazione della campana e di una camera di decompressione vera e propria sul ponte della nave appoggio in modo che il palombaro potesse transitare, dopo l'accoppiamento dei due moduli, dalla campana alla camera di decompressione e la campana ridiventasse libera e disponibile per la risalita del successivo palombaro. Nel 1931 Sir Robert H.Davis progettò la camera di decompressione da ponte a tre compartimenti (Deck Decompression Chamber) destinata ad accoppiarsi alla SDC alla sua riemersione per consentire il trasferimento degli operatori sotto pressione e liberare la SDC stessa per l'impiego successivo mentre gli operatori completavano la decompressione all'interno della camera da ponte. Nello sviluppo tecnologico e nell’adeguamento delle camere a sempre migliori livelli di sicurezza, di affidabilità, di praticità di impiego e di comodità degli operatori le camere si sono progresivamente arricchite di dotazioni e di sottosistemi che oggi sembrano di ovvia presenza e di istintiva concezione, ma che rappresentano singole e spesso faticose acquisizioni tecnologiche dettate dalla pratica e dalla esperienza o imposte dalla necessità sperimentata. Coibentazione termica, bussole passaoggetti per il passaggio di cibi e bevande, telecamere, silenziatori ai diffusori gas, sanitari, ventilatori e filtri, pannelli riscaldanti, sono alcuni dei tanti particolari che caratterizzano e completano le camere iperbariche moderne, soprattutto quando queste fanno parte di un complesso iperbarico per interventi in alto fondale.


Camere portatili.


Il concetto di una camera di ricompressione terapeutica che potesse fornire tempestivamente sollievo e terapia agli infortunati, pur mantenendo caratteristiche di leggerezza e maneggevolezza e anche di trasportabilità ha preso corpo in tempi proporzionalmente lontani dai nostri giorni, al punto che già nel 1913 venne immessa sul mercato dalla Dräger di Lubecca una camera di robusto tessuto rinforzata esternamente da catene che ne contenevano la espansione. La reale diffusione delle camere di questo tipo si manifestò comunque diversi anni più tardi, a partire dall’inizio degli anni “60 quando, con la diffusione esplosiva della immersione autonoma a fini sportivi, paraprofessionali e professionali insorse la necessità di disporre di un sistema di pronta ricompressione e di trasporto degli infortunati da qualsiasi posizione di mare anche aperto al centro di ricompressione costiero più vicino, spesso distante molte ore di navigazione. Alle camere portatili più diffuse (Dräger, Galeazzi, etc.) si aggiunse nella seconda metà degli anni “70 la camera portatile IUC, costruita in lega leggera e dotata di flangia universale di adattamento che consentiva di evacuare per mezzo di un elicottero un operatore infortunato o ferito da qualsiasi impianto di saturazione situato sui mezzi navali del mare del Nord o di altre aree di intensa attività industriale. Più recentemente lo sviluppo e la diffusione delle fibre sintetiche ha riproposto camere portatili estremamente leggere e facilmente trasportabili e riponibili il cui involucro è ispirato ai concetti della prima camera Dräger di tessuto.
 


IL SIMULATORE DI IMMERSIONE

Il simulatore di immersione (wet & dry system, hyperbaric diving simulator, hyperbaric test facilities, etc.) ha costituito per anni il banco di prova e il teatro sperimentale per uomini, attrezzature, miscele respiratorie e procedure di compressione e decompressione, prima che questi potessero passare alla immersione reale in mare o comunque in acque aperte. Uno dei primi veri e propri simulatori di immersione entrò in servizio nel 1913 presso la Dräger di Lubecca con una capacità di compressione di 20 bar e la possibilità quindi di simulare immersioni a 200 metri di profondità, largamente oltre le reali capacità di intervento umano e le conoscenze dell’epoca. Già prima di allora erano stati usati contenitori a pressione e camere iperbariche per esperimenti che confermassero le ipotesi di P.Bert e J.S. Haldane, ma le loro caratteristiche erano quelle di un mero cilindro privo di dotazioni e sottosistemi di supporto e controllo. Nell’intervallo fra le due guerre cominciarono a svilupparsi installazioni iperbariche destinate a fungere da simulatori di immersione tanto per i palombari e il personale destinato ai lavori in immersione o in iperbarismo, quanto per i sommergibilisti che venivano sottoposti ad addestramento specifico per la fuoriuscita di emergenza da sottomarini rimasti intrappolati o bloccati sul fondo. Una spinta decisiva ed energica alla costruzione dei simulatori di immersione profonda e al loro impiego si manifestò a partire dalla fine degli anni “50 (q.v. progetto Genesis US Navy, 1957 – 58) intensificandosi progressivamente negli anni “60 e fino agli anni “70 in risposta alle esigenze della immersione industriale che da un lato richiedeva una intensa attività sperimentale per nuove miscele respiratorie e nuove procedure di immersione idonee a maggiori profondità di lavoro e dall’altro aveva un bisogno crescente di sistemi e metodi per l’addestramento del personale alle immersioni in alto fondale. Nella sua versione tipica e più diffusa il simulatore di immersione (wet & dry) comprende una o più camere iperbariche (dry hyperbaric quarters) collegate in vario modo con una camera sottostante, di variabile configurazione e dimensione, piena d’acqua (wet pot) per consentire la esecuzione di vere e proprie immersioni e di attività di vario genere in condizioni strettamente aderenti a quelle incontrate in mare.
 


L’HABITAT SOTTOMARINO

Dalla leggenda di Alessandro Magno, che si vuole abbia trascorso una settimana sul fondo del mare all’interno di una grande botte di cristallo, in poi il sogno di una “casa sotto il mare” ha ravvivato le fantasie dell’uomo impegnato in un faticoso iter di conoscenza e di conquista dell’idrosfera. Nonostante questi sogni e queste fantasie, oltre duemila anni sono trascorsi prima che qualche concreto e razionale accenno progettuale venisse tracciato. Il primo accenno basato su fondamenti dotati di qualche valore tecnico e tecnologico compare nel 1935 ad opera di Robert Davis che traccia e delinea un habitat sottomarino nel quale i palombari, impegnati in lavori lunghi e complessi su un relitto di grandi dimensioni, possono trascorrere il tempo fra un intervento e il successivo senza dovere risalire in superficie. Siamo qui ancora ben lontani dalla saturazione e dai presupposti tecnologici indispensabili per realizzare concretamente questo concetto, ma l’habitat ante litteram che emerge dai disegni di Davis è in nuce la espressione applicativa delle moderne tecniche di intervento profondo.
Meno di trenta anni dopo i concetti espressi da R. Davis cominciò lo sviluppo applicativo del concetto di habitat sottomarino. Già nel 1956 Edwin A. Link sottopose a un comitato della Smithsonian Institution uno schema progettuale per l’impiego di un sistema di immersione che permettesse lunghe permanenze all’uomo sul fondo del mare e poi ne consentisse il recupero e la decompressione in superficie. In pratica non si trattava di altro che la estensione concettuale e l’ampliamento applicativo della SDC dei palombari in scala maggiorata. Nel 1962 si aprì la lunga serie delle immersioni sperimentali profonde e prolungate che il 6 Settembre dello stesso anno culminarono con la permanenza di un operatore a 61 metri di profondità per oltre 24 ore (MAN IN THE SEA I). Il primo esperimento di vita sotto il mare aprì la lunga lista di habitats sottomarini e di progetti sempre più profondi e prolungati di permanenza umana sul fondo : CONSHELF I (1962), CONSHELF II (1963), MAN IN THE SEA II (1964), SEALAB I (1964). Questi primi passi di conoscenza ed esperimenti segnarono il netto predominio mondiale di USA e Francia. Tipicamente gli habitat impiegati erano caratterizzati da un certo numero di ambienti iperbarici variamente collegati e dotati di un accesso/uscita inferiore in comunicazione col mare aperto. Tutte le esigenze energetiche e di condizionamento ambientale erano soddisfatte da sistemi di life support variamente strutturati e legati a una stretta dipendenza dalle strutture di appoggio in superficie o sulla costa vicina. Questo obbligò, tra l’altro, a scegliere per i progetti di vita sotto il mare aree geografiche caratterizzate per qunto possibile da acque calde e da zone ridossate e protette dalla azione dei venti dominanti. Seguirono altri progetti: SEALAB II (1965), CONSHELF III (1965), HYDROLAB (1966), TEKTITE I (1969), SEALAB III (1969), TEKTITE II (1970), caratterizzati da una ricerca intensa e determinata di maggiori profondità e maggiori capacità esecutive da parte degli operatori in termini lavorativi veri e propri. Questo coincise con un crescente interesse dell’industria verso le possibilità applicative della permanenza dell’uomo sott’acqua per lunghi periodi e culminò nella prima applicazione lavorativa assoluta di queste tecniche nel Settembre 1965, in acque interne per eseguire lavori alla base della diga di Smith Mountain (Virginia) sul fiume Roanoke, dove quattro operatori in saturazione completarono a 41 e a 62 metri di profondità interventi che, con le normali tecniche di intervento dalla superficie, avrebbero richiesto l’impiego quotidiano di un gruppo di tecnici subacquei otto volte più numeroso (i.e. 32 OTS). Per l’occasione venne posto in opera un sistema (CACHALOT) di habitat e campana caratterizzato, difformemente da quanto avveniva per gli habitat sperimentali, da una permanenza degli operatori in superficie, all’interno di camere iperbariche, e da un loro transito da e per il fondo mediante una campana pressurizzata. I risultati furono tanto soddisfacenti che meno di un anno dopo, nel Settembre 1966, lo stesso sistema CACHALOT, costruito dalla Underseas Division della Westinghouse Electric Corporation, venne reimpiegato in mare nel Golfo del Messico per interventi di lavoro a 61 metri di profondità e oltre, sulla base di una piattaforma distrutta da un uragano. Gli interventi, eseguiti da sei OTS.AF. in saturazione durarono a lungo e totalizzarono oltre 3,600 ore di immersione fino ad una profondità massima di 73 metri. Lo stesso risultato non sarebbe stato praticamente raggiungibile con OTS operanti direttamente dalla superficie. In questo secondo periodo anche altre nazioni si unirono alla corsa verso l’idrospazio di americani e francesi. Si registrarono così diversi altri progetti: CHERNOMOR (URSS, 1968 – 1974), SEATOPIA (Giappone, 1968 – 1973), HELGOLAND (RFT, 1968 – 1976).
 


L’IMPIANTO DI BASSO FONDALE

L’impianto di basso fondale (air diving station) è tipicamente costruito e costituito per consentire interventi di relativamente breve durata a profondità comprese fra la superficie e l’isobata di 50 metri. Poichè questo è il settore caratterizzato dall’impiego di aria compressa o di miscele di azoto iperossigenate rispetto all’aria (AIROX, NITROX I, NITROX II) vi sono compresi sistemi e sottosistemi previsti per l’impiego respiratorio di aria compressa. Le prassi operative correnti, le imposizioni legislative e le restrizioni procedurali impongono in ambiente industriale il ricorso a sistemi di immersione alimentati dalla superficie e dotati di ombelicale con comunicazioni telefoniche, ponendo de facto e de jure al bando gli autorespiratori autonomi che non consentono il mantenimento di un collegamento tangibile fra l’uomo immerso e gli operatori di supporto in superficie. La tipica e schematica configurazione di una stazione di immersione in basso fondale comprende:

- camera iperbarica a doppio compartimento per ricompressione terapeutica (DDC)
- sistema di messa a mare dell’operatore (basket)
- campana aperta (wet bell) per immersioni oltre l’isobata di 25 metri
- compressore aria alta pressione con filtri
- pacco bombole (riserva polmone) di aria compressa
- consolette di controllo, alimentazione (aria compressa) e comunicazioni per due OTS
- ombelicali (manichetta aria compressa, pneumofatometro, acqua calda, comunicazioni telefoniche, segnali TV)
- bombola/e di riserva di emergenza (bail out bottle)
- caschi rigidi o caschi soffici con maschera oronasale
- bombola di ossigeno terapeutico con inalatore
- attrezzature individuali da immersione
- dotazione primo soccorso
 


TECNICHE E SISTEMI DI BASSO FONDALE
(aria compressa o miscela azoto – ossigeno)

Sistemi autonomi
AUTORESPIRATORE AD ARIA COMPRESSA (ARA) (SCUBA gear)
Sistemi vincolati
PALOMBARO A SCAFANDRO ELASTICO (hard hat diving gear)
OTS CON NARGHILE’ (surface oriented diving)
CAMPANA APERTA (wet bell)

L’AUTORESPIRATORE AUTONOMO AD ARIA COMPRESSA (ARA), costituito solitamente da una coppia di bombole, meno frequentemente da una sola bombola (monobombola) o da un gruppo di tre bombole (tribombola), che contengono aria compressa a 150 o 200 atmosfere, é il classico e diffusissimo sistema per immersione autonoma utilizzato nello sport, nella ricerca scientifica e, in modo saltuario e occasionale con molte restrizioni, nelle attività commerciali per compiere interventi di durata relativamente limitata a profondità contenuta senza dovere ricorrere a installazioni ingombranti e di difficlle trasporto. L’aria contenuta nelle bombole viene ridotta dalla alta pressione di carica alla pressione ambientale mediante una valvola erogatrice (erogatore) che permette al sommozzatore di inspirare “a domanda” in base alle necessità del proprio ritmo respiratorio espirando successivamente tramite un sistema di scarico che disperde l’aria viziata nell’acqua circostante producendo così le caratteristiche bolle che indicano la presenza dell’uomo in immersione. Un autorespiratore bibombola di tipo corrente consente una immersione di circa un’ora a una profondità media ( 20 ÷ 30 metri) con una durata tanto minore quanto maggiore é la profondità e con una riserva che consente, al termine della immersione, la effettuazione delle tappe di decompressione, in genere di pochi minuti, imposte dalla profondità raggiunta e dal tempo di permanenza sul fondo. Il grosso vantaggio dell’autorespiratore ad aria compressa é rappresentato dalla completa libertà di movimento che il suo uso consente al sommozzatore, ma in questa autonomia, che implica completo svincolo dalla superficie, risiede anche l’aspetto negativo del sistema che non permette di garantire all’operatore, durante la immersione e lo svolgimento del suo lavoro, tutta la assistenza e la sicurezza che possono venire fornite dalla superficie. Questi aspetti detrimentali sotto il profilo della sicurezza e della autonomia di durata, nel caso di immersioni impegnative e protratte nel tempo, hanno fatto sì che l’impiego moderno dell’ARA sia praticamente ristretto all’uso sportivo e a pochi compiti fondamentalmente ispettivi legati più alle attività di ricerca scientifica che di operazioni commerciali.

Il PALOMBARO A SCAFANDRO ELASTICO ha rappresentato per oltre un secolo e mezzo (dal momento della comparsa nel 1835 di primi scafandri elastici chiusi di Bethell, di Fraser e di Siebe) il sistema di lavoro e intervento subacqueo in aria compressa. Attraverso una manichetta gommata il palombaro viene rifornito dalla superficie da un continuo flusso di aria che gli affluisce nel casco all’interno del quale egli respira liberamente eliminando la anidride carbonica con il rinnovo di aria e con la emissione nell’acqua circostante dell’aria in eccesso. Lo scarico dell’aria in eccesso viene comandato dallo stesso palombaro che con la testa apre e controlla una valvola di non ritorno situata sulla parete laterale del casco verso la nuca. L’abito gommato, sul quale si inserisce in tenuta stagna il collare del casco, protegge il palombaro dal freddo mantenendolo asciutto e consente, entro certi limiti, di potere variare l’assetto idrostatico rispettivamente gonfiando o sgonfiando il vestito con accurato controllo della valvola di scarico. Per le caratteristiche stesse di ingombro e peso del sistema il palombaro, che é appesantito da due zavorre di circa 20 Kg. totali sul petto e sul dorso, si sposta camminando sul fondo e indossa scarpe zavorrate con puntale di ottone e suola di piombo. Il suo modo di spostarsi e di lavorare é caratterizzato da questo assetto pesante che si contrappone all’ assetto leggero tipico del sommozzatore per il quale la progressione avviene nuotando sopra il fondo in condizioni ideali di equilibrio idrostatico. La diversità fondamentale dei concetti di intervento di palombaro e sommozzatore risiede nella differenza di assetto più che nella diversità di autonomia e di disponibilità di aria compressa. Si tratta di due situazioni non confrontabili in quanto basate su concetti e filosofie complementari piuttosto che competitive. Prova di questo é il fatto che con la comparsa della figura del sommozzatore negli anni ’50, il palombaro non scomparve, ma la sua fisionomia servì allo sviluppo delle tecniche di alto fondale e alla nascita del narghilé.

Il SOMMOZZATORE CON NARGHILE’ rappresenta il risultato della applicazione dei concetti tipici di assetto leggero e di alimentazione dalla superficie e fonde diversi aspetti caratteristici tanto della figura del palombaro quanto di quella del sommozzatore. La nascita di questo sistema é stata dettata dalla esigenza di prolungati tempi di immersione tali da non essere consentiti dalla limitata riserva di aria compressa contenuta nelle bombole. Il narghilé é costituito da una adeguata lunghezza di ombelicale che convoglia aria compressa dalla superficie al sommozzatore in immersione. Il sommozzatore mantiene le proprie caratteristiche di assetto leggero e di mobilità a mezz’acqua. La presenza di una manichetta di mandata dell’aria compressa, collegata a una maschera a gran facciale o a un casco di immersione di tipo leggero, consente anche di aggiungere un cavo elettrico per le comunicazioni telefoniche, uno pneumofatometro che consente in superficie di conoscere la esatta profondità alla quale si trova il sommozzatore, un tubo per l’invio di acqua calda al sommozzatore nel caso di immersioni in acque molto fredde, un cavo coassiale per l’eventuale invio in superficie di immagini video provenienti da una telecamera che il sommozzatore può tenere in mano o fissare sul casco. In questa configurazione il sommozzatore può permanere in immersione anche per alcune ore, senza alcuna preoccupazione di autonomia respiratoria o di temperatura dell’acqua, effettuare la decompressione in acqua e quindi riemergere senza mai smettere di essere in contatto con la superficie e con il personale di assistenza. E’ stata l’industria offshore per gli interventi in appoggio alla ricerca e allo sfruttamento degli idrocarburi che ha determinato il successo di questo sistema di immersione. La discesa in acqua e la risalita possono avvenire anche da piattaforme situate a diverse decine di metri sopra la superficie del mare, mediante gabbie o telai di supporto manovrate per mezzo di verricello o di grue. L’insieme di queste caratteristiche rende il sistema nettamente preferibile, per le operazioni offshore in basso fondale, tanto al palombaro quanto al sommozzatore con autorespiratore autonomo.

La CAMPANA APERTA é stata sviluppata come estensione della gabbia di messa a mare e recupero del sommozzatore con narghilé. E’ costituita da una struttura metallica sulla sommità della quale é montata una calotta di plexiglass o di metallo con hublots di plexiglass all’interno della quale due sommozzatori possono sostare mantenendo la testa e il busto all’asciutto nella bolla d’aria che può venire creata. Dalla campana, che altro non é se non la storica campana di immersione nella sua versione più schematica e semplice, il sommozzatore può recarsi sul punto di lavoro restando collegato tramite l’ombelicale. Il vantaggio della campana aperta rispetto al semplice sistema a narghilé é che si può utilizzare una coppia di sommozzatori contemporaneamente, oltre al fatto che il sistema, risultando più confortevole, offre possibilità di immersioni più lunghe e maggiore sicurezza in fase di decompressione. Inoltre l’ombelicale del sommozzatore si snoda a partire dalla campana e non dalla superficie, limitando così il rischio di impigliamenti a strutture sommerse e riducendo l’effetto della corrente e la scomodità che ne deriva.

Gli interventi a profondità maggiori di 50 metri richiedono la applicazione delle tecniche di alto fondale le cui caratteristiche fondamentali possono essere riassunte nell’impiego di miscele respiratorie sintetiche e nella capacità di pressurizzazione degli operatori all’interno di moduli di trasferimento.
 


L’IMPIANTO DI ALTO FONDALE

L’impianto di alto fondale è concepito, costruito e costituito per consentire interventi prolungati e/o profondi di operatori iperbarici a profondità situate oltre l’isobata di 50 metri con miscele gassose sintetiche (HELIOX, HYDROX, HYDRELIOX, TRIMIX) garantendo la possibilità di mantenere gli operatori in ambiente pressurizzato durante la discesa e la risalita e durante le fasi di decompressione in superficie o di permanenza in condizioni iperbariche (saturazione). Le caratteristiche strutturali e funzionali di un impianto iperbarico di alto fondale ne consentono anche la applicazione a quote tipiche della fascia operativa di basso fondale quando si rende necessaria una permanenza abnormemente lunga degli operatori sul fondo per tempi eccedenti i limiti di sicureza e di logica operativa degli interventi lavorativi condotti dalla superficie.

Struttura

Un sistema di alto fondale tipicamente si articola su :
- camera iperbarica a doppio compartimento dotata di impianti sanitari e di collegamento (effettivo o potenziale) ad altre camere (DDC)
- campana di immersione (SDC) collegabile alla camera e collegata con ombelicale alla superficie
- sistema di controllo e comando dell’ambiente iperbarico (DDC)
- sistema di controllo e comando della campana (SDC)
- sottosistemi e sistemi ancillari
- sistemi di condizionamento ambientale
- riserve di miscela respiratoria e gas terapeutici
- modulo di salvataggio iperbarico


Sottosistemi e sistemi ancillari

I sottosistemi e i sistemi di supporto comprendono tutte le strutture e le unità funzionali che consentono il funzionamento dell’impianto e garantiscono la sicurezza degli operatori:

- sistema di messa a mare e recupero della campana (LARS)
- sistemi di potenza idraulica, elettrica e pneumatica
- sistemi di emergenza
- compensatore (heave compensator) per la campana e la zavorra
- verricelli e argani per zavorra e ombelicale
- zavorra campana con cavi guida
 


Sistemi di condizionamento ambientale

I sistemi di condizionamento ambientale (ECU, LSS) garantiscono che all’interno degli ambienti iperbarici vengano mantenute per tutto il tempo delle operazioni e della permanenza in saturazione degli operatori, che possono protrarsi per diverse settimane, condizioni ottimali dei parametri ambientali (temperatura, umidità, tenore di ossigeno, concentrazione dei gas nocivi e degli odori, etc.). Per ottenere questo è necessario che il sistema di condizionamento ambientale prelevi la atmosfera interna delle camere iperbariche, la purifichi, la deumidifichi, la riscaldi, la rigeneri dell’ossigeno metabolico consumato e la reimmetta nell’ambiente senza interruzione. Stante la criticità della funzione espletata e la importanza di un corretto e perdurante funzionamento del sistema di condizionamento, la sua struttura è articolata su un numero apprezzabile di elementi vicarianti e sostituibili che possono essere smistati e alternati garantendo tanto nel caso di riparazioni (e.g. avarie impreviste) quanto nel caso di manutenzioni periodiche ( e.g. sostituzione filtri) che il sistema non debba venire arrestato. Il sistema di condizionamento ambientale include inoltre strumenti estremamente precisi e accurati per la determinazione dei parametri ambientali (temperatura, pressione parziale di ossigeno, concentrazione di biossido di carbonio, umidità, etc.) i cui valori sono tollerabili entro margini di oscillazione tanto più ristretti quanto maggiore è la profondità di compressione degli operatori.


Modulo di salvataggio iperbarico

Il rischio di un incidente alla imbarcazione di supporto che ospita il sistema di saturazione con gli operatori all’interno impone il problema della loro evacuazione nel caso di un abbandono nave. Le soluzioni sono rappresentate dalla possibilità di:
- evacuare gli operatori con la stessa campana di immersione (SDC) purchè questa sia dotata di passaoggetti, sistemi di supporto, collegamenti esterni per acqua calda e miscela, recettività adeguata
- evacuare gli operatori tramite un modulo costituito da una camera che è collegata alle altre camere del sistema, ma può essere sganciata e può galleggiare spontaneamente e liberamente in superficie nell’arttesa di essere ripescata o rimorchiata al sicuro
- evacuare gli operatori tramite una vera e propria scialuppa di salvataggio che contiene al suo interno una camera iperbarica collegata all’impianto di saturazione, ma sganciabile in caso di necessità di abbandono nave.
In ogni caso è necessario che il modulo di evacuazione degli operatori, qualunque esso sia, possa permettere il successivo accoppiamento con un impianto di saturazione situato a distanza ragionevole e possa, comunque, consentire la effettuazione della completa decompressione degli operatori al suo interno con il supporto di dotazioni (riserva miscela e gas respiratori, ECU portatile, etc.) opportunamente previste e disponibili.
 


TECNICHE E SISTEMI DI ALTO FONDALE
(miscele sintetiche binarie o ternarie)


Sistemi di immersione

IMPIANTO DI ALTO FONDALE (deep diving system)
IMPIANTO DI SATURAZIONE (saturation diving system)
SOTTOMARINO PORTASOMMOZZATORI (diver lock out submersible)
UNITA’ MOBILE COMPOSTA (MDU – Mobile Diving Unit)

Metodi di immersione

IMMERSIONE DI INTERVENTO (bounce diving)
IMMERSIONE IN SATURAZIONE (saturation diving)


L’ IMPIANTO DI ALTO FONDALE consente con sicurezza la discesa di due operatori in profondità, all’interno di una campana, la loro fuoriuscita per la esecuzione del lavoro, la loro successiva risalita con decompressione in ambiente asciutto e confortevole. Un sistema di immersione per alto fondale include quindi tipicamente una campana di immersione, una camera iperbarica (camera di decompressione) alla quale la campana può venire collegata per consentire un trasferimento sotto pressione agli operatori, una serie di sottosistemi destinati allo svolgimento e alla sicurezza delle operazioni (verricello e sistema di messa a mare / recupero campana, cabina di controllo e distribuzione miscela respiratoria, etc.....). La campana di immersione, derivata dalle rudimentali campane rinascimentali, ha nella sua configurazione moderna un doppio sistema di portelli che ne consente l’impiego tanto in situazione iperbarica quanto in situazione ipobarica. Questo consente di avere all’interno della campana pressione atmosferica fino alle quote del fondo (discesa) e pressione equivalente alle quote delle tappe di decompressione fino in superficie (risalita). La campana in pratica rappresenta l’habitat subacqueo utilizzato durante la esecuzione degli interventi; tutte le alimentazioni derivate dalla superficie (miscela respiratoria, acqua calda, illuminazione, etc.) giungono alla campana e da questa vengono inviate al sommozzatore tramite il suo ombelicale. Per la effettuazione della decompressione, spesso di diverse ore, al termine della immersione la campana viene recuperata a bordo della nave appoggio e collegata alla camera di decompressione, all’interno della quale gli operatori si possono trasferire in condizioni iperbariche. Quando il metodo di immersione di intervento, effettuato con immersioni del tipo “a rimbalzo” caratterizzate da una rapida discesa, una limitata permanenza e una decompressione proporzionale, non é sufficiente per i requisiti del lavoro da compiere, l’impianto di alto fondale diviene più complesso, arricchendosi di altri componenti, e si trasforma in un IMPIANTO DI SATURAZIONE. Un impianto di saturazione deve comprendere necessariamente un sistema di condizionamento ambientale (ECU), capace di rigenerare e mantenere fisiologicamente ottimale per più giorni la atmosfera sintetica interna delle camere iperbariche nelle quali gli operatori vivono e si riposano, un sistema di analisi e di controllo, un sistema di riscaldamento, un sistema di rifornimento di cibo e bevande, un sistema di evacuazione e scarico dei rifiuti. In alternativa all’impiego della campana di immersione per il trasporto dei sommozzatori da e per il fondo é possibile utilizzare, in combinazione con l’impianto di alto fondale / saturazione, un SOTTOMARINO PORTASOMMOZZATORI dotato di capacità di movimento autonomo oppure una UNITA’ MOBILE COMPOSTA, costituita dalla combinazione di una normale campana di immersione e di un modulo a pressione atmosferica all’interno del quale trovano posto tecnici non iperbarici. Il sottomarino portasommozzatori, estremamente diffuso e largamente impiegato nella seconda metà degli anni settanta, é stato successivamente soppiantato nel settore dell’industria dai sistemi di saturazione installati a bordo di navi con posizionamento dinamico e con capacità di spostarsi rapidamente anche durante le fasi di lavoro sul fondo.


BIBLIOGRAFIA, RIFERIMENTI, CITAZIONI


- Gert AUGUSTINSKI “Von der Luftblase zum Taucherhelm”. (die Entwicklungsgeschichte der Tauchtechnik). Augustinski, am Felsenkeller 28. 36100 Petersberg. 1994.
- Robert DAVIS “Deep diving and submarine operations”. The Saint Catherine Press. London. 1935.
- Hermann STELZNER “Tauchertechnik”.Verlag Charles Coleman.Lübeck. 1943.
- Gerhard F.K. HAUX “Tauchtechnik”. Band I und Band II . Springer – Verlag. 1969.
- Raymond VAISSIÈRE “L’homme et le monde sous – marin”. Larousse. 1969.
- Nicholas B. ZINKOWSKI “Commercial Oil – Field Diving”. Cornell Maritime Press. Cambridge, Maryland. 1978.
- Gerhard F.K. HAUX “Subsea Manned Engineering”. Baillière Tindall . London. 1982.
- Stracimir GOŠOVIĊ “RONJENJE U SIGURNOSTI”. Jugoslavenska Medicinska Naklada. Zagreb. 1982.
- SUBMEX “THE PROFESSIONAL DIVER’s HANDBOOK”. SUBMEX. London. 1982.
- Mark FREITAG, Anthony WOODS “COMMERCIAL DIVING REFERENCE AND OPERATIONS HANDBOOK”. John Wiley and Sons. New York. 1983.
- Richard LARN, Rex WHISTLER “Commercial Diving Manual”. David & Charles. London. 1984.
- Charles W. SHILLING, Margaret F. WERTS, Nancy R. SCHANDELMEIER “ The underwater handbook : a guide to physiology and performance for the engineer”. John Wiley & Sons. London – New York. 1976.
- Y.C. LIN, K.K. SHIDA “Man in the sea”. Vol. I . Best Publishing Company. 1990.
- Y.C. LIN, K.K. SHIDA “Man in the sea”. Vol. II . Best Publishing Company. 1990.
- IDSA (International Diving Schools Association) “INTERNATIONAL TRAINING STANDARDS”. IDSA. 2000.