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CEDIFOP news - articolo 225

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CEDIFOP news n. 118 - Aprile 2016 - articolo 225
Le pippole della decompressione

(di Marcello Toja)

Fa impressione vedere il circuito del sangue nel suo insieme e pensare che le bolle si formano lì, anche nei capillari più piccoli

Giornalista delle attività subacquee, padre della rinascita di ben tre edizioni della rivista Mondo Sommerso, ideatore e poi direttore della rivista Immersione Rapida tascabile e, successivamente, Mare; collaboratore della Marina Militare Italiana, sommozzatore per 45 anni, credo di aver tutte le carte in regola per sostenere quanto vi dirò in quest’articolo, che intendo regalare a quei subacquei che hanno seguito tutti i miei alti e bassi nel “serpentino” mondo delle riviste del mare.
Premesso che non sono né un medico né un tecnico di laboratorio, che tutto quanto sto per scrivere è frutto solo della mia esperienza pratica e teorica di giornalista del mare e delle attività subacquee; ecco quella che giudico una mia piccola personale “scoperta”, che potrebbe rivoluzionare tutto ciò che sapete in termini di decompressione e di bolle asintomatiche.
Quello che è stato scritto negli ultimi anni sulla decompressione, sui tessuti e sulle tabelle di decompressione è basato su concetti che hanno senso solo se si accetta la tesi, molto reale, che un subacqueo sportivo in decompressione è un malato di MDD che non presenta sintomi eclatanti, e che la tabella che sta seguendo impedisce (quando lo fa) che i problemi causati dalla produzione di bolle vengano violentemente alla luce.
Un metodo che funziona… quasi sempre, appunto… quasi sempre.

C’è purtroppo il fattore sorpresa, il caso apparentemente inspiegabile che vede due subacquei che hanno fatto la stessa immersione e relativa decompressione, uno stare bene e l’altro finire in camera iperbarica con una grave embolia (mia esperienza personale). Che cosa non ha funzionato nel secondo?
Siamo tutti differenti e unici e sappiamo che le condizioni fisiche del momento influenzano pesantemente la riuscita di una decompressione, ma perché?
Semplicemente perché la quantità di bolle che un individuo può smaltire attraverso il suo filtro polmonare senza essere colpito da un’evidente malattia da decompressione è fissa, mentre la quantità di bolle prodotta ad ogni immersione è variabile e dipende da fattori apparentemente incontrollabili e incalcolabili. Gli ultimi esperimenti, e in particolare quelli di AlfO Brubakk in Norvegia, facenti seguito a quelli di Vann nel 1980, e di molti altri, hanno evidenziato che tale quantità di bolle dipende dai micronuclei gassosi presenti nell’endotelio delle vene; di tutte le vene del circuito venoso di un individuo.
Tanti micro nuclei gassosi, tante bolle.
Ma che ci azzecca questo con la teoria dei tessuti lenti e veloci? Che cosa è un tessuto lento?
Semplicemente una parte del nostro corpo irrorata da arterie e vene capillari (microscopiche) ed è facile immaginare che le bolle, le immancabili bolle, facciano fatica a scaricarsi attraverso quel circuito. Se potessimo eliminarle, anzi, non produrle proprio, non ci interesserebbero più né i tessuti lenti né i tessuti veloci e la decompressione resterebbe nei ricordi dei vecchi subacquei.
Sappiamo che lo spessore di un giornalista è determinato dall’attendibilità delle sue fonti e che le stesse devono essere protette per una regola imprescindibile della deontologia professionale.
Ebbene, una delle mie fonti più qualificate in tema di decompressione (è ovvio che sto parlando di un famoso medico iperbarico) mi ha confidato quanto segue: nell’ambito di una esercitazione NATO, due medici iperbarici hanno erroneamente riportato alla pressione normale, una provetta di sangue prelevato dalle vene di un subacqueo che stava in saturazione a – 300 metri. L’operazione sbagliata, eseguita attraverso una mini garitta che metteva in comunicazione l’interno dell’impianto di saturazione con l’esterno poteva, anzi doveva, risultare disastrosa.
I due medici si aspettavano come minimo un’esplosione della provetta, ma non è successo nulla.
Il sangue in saturazione a – 300 metri portato erroneamente alla pressione di 1 Bar, in un istante, non solo non è esploso, ma non ha prodotto nulla, nemmeno una bolla.
Orbene, il sangue è il tessuto più veloce nella teoria delle tabelle di decompressione, più veloce nel saturarsi e, ovviamente, più veloce nel desaturarsi.
Un accadimento singolare no?
Che mette in discussione tutte le teorie sulla decompressione o no?







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